Riutilizzo. L’Europa discrimina, la Cina no
Alessandro Giuliani
Il nuovo Codice Ecologico di Pechino promuove il mercato secondhand senza discriminazioni tra operatori. L'Europa, con il Circular Economy Act ancora da scrivere, resta inchiodata a un modello che tratta il riutilizzo come dominio riservato dell'economia sociale. I colli di bottiglia sono prevedibili.
Il 12 marzo 2026 la Cina ha adottato il suo Codice Ambientale ed Ecologico, una colossale norma di oltre 1.200 articoli che entrerà in vigore il 15 agosto ristrutturando in chiave ambientale l’intero sistema economico nazionale. Poche settimane dopo, a Bruxelles, la Commissione Europea discuteva con un nutrito gruppo di stakeholder su come impostare la consultazione preliminare al Circular Economy Act, il cui testo base è atteso per il terzo trimestre del 2026 (il “trilogo” legislativo europeo prevede che la Commissione avanzi una proposta di atto normativo, che poi in più fasi viene discussa dal Parlamento Europeo e dal Consiglio composto dai governi degli Stati membri).

Cosa dice il Codice Ambientale cinese
Il nuovo Codice cinese, nell'Art. 995 della Parte IV, Capitolo II, Sezione 4, stabilisce che: "lo Stato incoraggia e supporta la circolazione e il commercio di beni di seconda mano, e promuove lo sviluppo dei mercati e delle piattaforme della seconda mano”. L'articolo affida al Ministero del Commercio il compito di formulare la disciplina specifica, e prevede controlli da parte delle autorità locali sulle transazioni. Fine.
Il Circular Economy Act europeo e la Direttiva Quadro
La Direttiva Quadro europea, dal canto suo, stabilisce una gerarchia chiara, con riutilizzo e preparazione per il riutilizzo in cima, senza però obiettivi quantitativi che la rendano operativamente vincolante. In più di un articolo gli operatori del riutilizzo sono indicati come interlocutori di filiera, ma sempre menzionando, contestualmente, un segmento specifico del loro settore: l’economia sociale. Un sovra-evidenziamento rispetto agli altri operatori del riutilizzo che serve ad aprire la porta a provvedimenti differenziati. Di fatti agli enti dell’economia sociale, negli articoli della Direttiva dedicati al tessile, vengono riservati trattamenti di favore e condizioni speciali. E in generale, a lato della legislazione ambientale, gli enti locali degli Stati membri utilizzano ampiamente la facoltà concessa dalla norma europea sugli appalti di favorire l’economia sociale negli affidamenti di servizi pubblici che riguardano il riutilizzo e la preparazione per il riutilizzo.
Perché il modello europeo crea colli di bottiglia
In Europa le politiche pubbliche sul riutilizzo sono state storicamente costruite attorno a un'idea politica. Il riutilizzo, sistematicamente sottovalutato nel suo potenziale di risultato ambientale, e non analizzato tecnicamente per quello che realmente è sul piano operativo e di mercato, è visto come uno spazio da sottrarre alla logica di mercato perché sia gestito da soggetti con finalità sociali, tradizionalmente convenzionati con i Comuni per la gestione dei flussi di beni post-consumo, e che ora si candidano, imitando il modello francese, a diventare interlocutori chiave, o a volte addirittura interlocutori unici, della Responsabilità Estesa del Produttore. Questa architettura ha prodotto risultati positivi in alcuni contesti (inclusione lavorativa, servizi a fasce vulnerabili e altre cose degne di lode), ma ha anche generato colli di bottiglia strutturali sullo sviluppo quantitativo del riutilizzo, ostacolando di conseguenza il raggiungimento di risultati ambientali, incremento occupazionale e creazione di ricchezza, e inchiodando oltretutto il sistema su pratiche inefficienti il cui costo ricade sui cittadini (che pagano sia le tariffe comunali che il contributo ambientale della responsabilità estesa del produttore quando acquistano i prodotti). Lo stesso modello francese dimostra che queste zone franche del mercato inibiscono il riutilizzo anziché favorirlo: anni di posizioni di esclusiva dei grandi network dell'economia sociale nei regimi EPR hanno prodotto risultati molto al di sotto delle attese. ADEME, l’agenzia pubblica francese che come la nostra ISPRA monitora i risultati della gestione ambientale, ha riferito che nel 2023 le suddette filiere EPR con riutilizzo affidato ai network dell’economia sociale, che sono RAEE domestici, RAEE professionali, Mobili e Arredamento, e Tessile-Abbigliamento-Calzatura hanno totalizzato 90.000 tonnellate di riutilizzo. Per offrire un ordine di dimensioni comparativo, l’Italia, che ha 10 milioni di abitanti in meno della Francia, ha riutilizzato nello stesso anno circa 230.000 tonnellate grazie al solo segmento dei negozi conto terzi, e altre 200.000 tonnellate grazie agli ambulanti, e il tutto senza ricevere alcun contributo pubblico o contributo EPR.
La Cina, che evidentemente non ha la stessa impostazione dell’Europa, forse anche a causa dell’assenza di specifiche lobby dell’economia sociale, probabilmente raggiungerà importanti risultati di riutilizzo in un tempo molto più breve dell’Europa. E a quel punto, così come accaduto in molti altri ambiti, all’Europa non resterà che imitarla.
Le evoluzioni più recenti non sembrano però andare in questa direzione: lo scorso 30 aprile, a valle della riunione della Commissione Europea con gli stakeholder a proposito del Circular Economy Act, la lobby di imprese sociali RREUSE ha accusato la Commissione di stare preparando un “Recycling Act” con scarso o nullo peso concesso alle politiche del riuso. Una critica che di per sé sarebbe stata condivisibile se, come al solito, non fosse stata associata a proposte che privilegiano esclusivamente il segmento dell’economia sociale (prima fra tutte la richiesta che la responsabilità estesa del produttore, che è pagata dai cittadini, vada a coprire tutti i costi delle attività di riutilizzo delle imprese sociali, laddove la responsabilità estesa del produttore, nell’interesse collettivo, dovrebbe mirare all’efficienza e coprire solo le eventuali perdite di filiera, nei casi in cui i ricavi delle vendite dei prodotti usati non siano sufficienti a coprire i costi di operazione).
Verso una filiera funzionale: economia sociale, conto terzi, ambulanti
Sia chiaro: la critica non è rivolta all’economia sociale in sé, ma al criterio consociativista con il quale viene inserita nelle politiche ambientali, sotto la spinta delle rappresentanze di categoria più organizzate. La grande maggioranza delle imprese e cooperative sociali, soprattutto quando non sono nelle grazie di un grosso network con peso politico, non ottiene reali benefici da questa logica. Una logica che genera un’inevitabile dipendenza da meccanismi politici e programmi di finanziamento caratterizzati da un alto grado di arbitrarietà, dove il principale criterio per selezionare i beneficiari è il “chi” (quanto peso politico ha, di chi è amico, ecc.) e non il “cosa” (quali e quanti risultati ambientali e risultati sociali).
Altri e migliori scenari si potrebbero aprire se l’economia sociale entrasse organicamente in una logica di filiera funzionale, dove con i suoi punti di forza, come ad esempio il radicamento territoriale, vada ad inserirsi a pieno titolo nel settore dell’usato e del riutilizzo, svolgendo ruoli complementari, e non di ingiustificabile esclusiva, rispetto agli altri operatori. Operatori che sono in gran parte microimprese a conduzione familiare, come nel caso dei 3.000 negozi italiani dell’usato in conto terzi e dei 60.000 venditori ambulanti, in gran parte informali e vulnerabili, che si dedicano al riutilizzo. Economia sociale, conto terzi e ambulanti, avanzando uniti, senza ingiustizie e discriminazioni, potrebbero essere un’unica grande famiglia, che agendo in sinergia avrebbe la possibilità di lanciare sul serio il riutilizzo facendogli raggiungere le sue massime potenzialità. Leotron sta già procedendo in questa direzione, dialogando costruttivamente con imprese sociali affini con l’obiettivo di creare assieme nuovi modelli operativi e commerciali.