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Dazi sui pacchi extraeuropei, gli effetti sul riuso

Venerdì 19 Giugno 2026

Dal 1° luglio di quest’anno, ai sensi del Regolamento (UE) 2026/382, ogni pacco proveniente da un paese extracomunitario con valore dichiarato inferiore a 150 euro paga un dazio doganale fisso pari a 3 euro per ogni articolo contenuto nel pacco, calcolato per sottovoce tariffaria. Fino a ieri non si pagava nulla. Per decenni la normativa doganale europea ha riconosciuto una deroga strutturale al principio di universalità dell'imposizione: la cosiddetta franchigia de minimis, pensata per ragioni di semplificazione amministrativa e proporzionalità dei costi di riscossione rispetto al valore esiguo delle merci. Una soglia di esenzione ragionevole nell'epoca in cui un pacco di modico valore dall'Asia era un'eccezione.

pacchi

L’ondata inattesa: 4,6 miliardi di pacchi in un anno

Nel 2024 sono entrati nell'Unione Europea oltre 4,6 miliardi di pacchi sotto la soglia de minimis: oltre 12 milioni al giorno, di cui il 91% provenienti dalla Cina. “Il numero di questi piccoli pacchi è raddoppiato in un anno, tra il 2023 e il 2024", ha denunciato Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione Europea per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, al momento di annunciare i dazi.

Dietro a questi numeri ci sono principalmente due piattaforme: Temu e Shein. Temu nel primo semestre del 2024 ha incassato 20 miliardi di dollari, cifra superiore all'intero fatturato dell'anno precedente; Shein nel 2024 avrebbe superato i 48 miliardi di dollari di fatturato, partendo dai 2,5 miliardi nel 2019.

A contribuire al fenomeno, come rilevato da Consiglio UE, è la diffusa esistenza di pratiche fraudolente finalizzate a usufruire dell’esenzione: da un lato la sottofatturazione dei pacchi, e dall’altro lo spezzettamento artificiale di singoli ordini in più pacchetti di piccole dimensioni.

Produttori e recuperatori tessili in sofferenza

Le conseguenze sull'industria manifatturiera italiana sono documentate. Nei primi sei mesi del 2025, nel comparto tessile e abbigliamento, l'import dalla Cina è aumentato del 18%, provocando la progressiva chiusura degli esercizi commerciali multimarca nei centri urbani, riferimento per le produzioni dei piccoli brand Made in Italy. Nei primi otto mesi del 2025 la produzione di capi Made in Italy è diminuita del 6,6% sullo stesso periodo del 2024, con 11 imprese chiuse ogni giorno.

L’impatto è forte anche sul fronte dei raccoglitori e recuperatori di rifiuti tessili. Valentina Rossi, responsabile del gruppo di lavoro tessile di Assorecuperi, riferisce che la qualità del rifiuto tessile, che già da anni risentiva degli effetti del fast-fashion, è ulteriormente precipitata nell’ultimo anno. “Dieci anni fa la frazione riutilizzabile era il 60%, a volte anche di più. Poi è scesa al 50%, mettendoci in grave difficoltà. Ma negli ultimi cambi di stagione c’è stato un vero e proprio crollo, siamo ormai sotto il 40%”.

“Oltretutto, il prezzo/kg degli abiti usati sul mercato internazionale è sceso, l’incremento della quantità del rifiuto ci costringe a spendere più soldi nel trasporto, e l’aumento della quota di residuo non recuperabile implica più costi di smaltimento, e con prezzi per lo smaltimento aumentati radicalmente. Il combinato congiunto di questi fattori fa sì che oggi la vendita degli abiti usati non riesca neanche più lontanamente a garantire la copertura dei nostri costi operativi. Il servizio di raccolta differenziata del tessile è ormai possibile solo a pagamento”.




Maggiore competitività dell’usato

Alessandro Giuliani, patron di Leotron e responsabile delle tematiche EPR per Rete ONU, gestisce un circuito di oltre cento negozi dell’usato conto terzi, distribuiti sull’intero territorio nazionale. “Se il sistema di dazi riuscisse realmente a frenare lo tsunami di fast-fashion e ultra-fast-fashion, si aprirebbe più spazio di mercato per gli operatori della seconda mano. Le merci usate competono infatti sulla stessa fascia di prezzo”.

“A parità di prezzo con gli oggetti di importazione extraeuropea il nostro principale punto di forza è la qualità. L’ideale, ovviamente, sarebbe vincere sia sul prezzo che sulla qualità”.

“Una diminuzione del consumo di beni poco durevoli, ci favorirebbe anche sul piano dell’approvvigionamento. Ci sono merceologie dell’usato che sono diventate difficili da reperire perché i prodotti post-consumo non si prestano al riutilizzo”.

“I recuperatori dei rifiuti tessili e i gestori dei negozi dell’usato non si devono aspettare che il Regolamento abbia effetti immediati” avverte Giuliani. “I prodotti prima di diventare rifiuti o essere avviati ai canali della seconda mano devono trascorrere il loro primo ciclo di consumo: quindi perché il settore circolare riceva eventuali benefici ci vorranno almeno due o tre anni”.

Nuovo step nel 2028

La barriera innalzata dal Regolamento 2026/382 è transitoria: il contributo forfettario di 3 euro per categoria merceologica rimarrà infatti in vigore fino al 1° luglio 2028, con possibilità di proroga, e poi subentreranno i dazi ordinari. Per quella data potrebbe essere già stato adottato EU Customs Data Hub, una proposta legislativa di piattaforma digitale unica che, se attivata, potrebbe facilitare e rendere omogeneo il controllo dei pacchi provenienti da paesi terzi, evitando che di fronte ai rigidi controlli di uno Stato membro il flusso si sposti sulle dogane di uno Stato membro meno efficace sui controlli. La proposta è attualmente nella fase di trilogo (iter di approvazione che coinvolge Commissione, Parlamento e Consiglio europeo).

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