Waste pickers: i raccoglitori di rifiuti nel mondo
Sono le prime ore dell’alba, il momento in cui cominciano a scandagliare la città, dove si ammassano i resti sparpagliati lasciati da ieri, e a camminare sul terreno disconnesso e imprevedibile delle discariche. A Roma come in Brasile, entrano in azione le persone che raccolgono i rifiuti. Non è un’attività occasionale o disperata, non sempre: è un lavoro strutturato, fatto di selezione e conoscenza dei materiali, è una capacità istintiva di individuare valore dove il sistema non lo riconosce più. Ciò che per il cittadino è oramai diventato un ingombro nella casa e nella vita, per loro è una risorsa da intercettare prima che il sistema ufficiale la renda definitivamente inutilizzabile.

Dal 2008, dalla prima conferenza mondiale dei waste pickers svoltasi a Bogotà, la definizione ufficiale è waste pickers, un termine scelto per dare un’identità comune e una dignità professionale a chi è stato a lungo descritto solo con epiteti dispregiativi. Oggi questo sistema sta uscendo dall'ombra e dai margini della società per sedersi ai tavoli della politica globale.
Pietro Luppi, presidente di Rete ONU e direttore dell’Osservatorio del Riutilizzo, ha appena presenziato al board dell’Alleanza Internazionale dei Waste Pickers a Jakarta. Con lui analizziamo come questo "esercito informale" stia diventando la chiave di volta di una transizione ecologica che, altrimenti, potrebbe rischiare di fallire.
La logica del "raccoglitore antico"
Per Luppi, il punto di partenza è addirittura antropologico. La loro logica è più vicina alla natura che all'industria pesante:
"Sono come antichi raccoglitori di frutta," esordisce. "Vai nel tuo ambiente urbano, trovi delle cose e in base al valore le raccogli e rivendi. È una logica semplice ma costante. Per lungo tempo il lavoro è stato focalizzato sui materiali riciclabili: carta, cartone, plastica, vetro. Ma nei Paesi a più alto reddito le raccolte differenziate industriali hanno tolto senso alla micro-scala. Non c’è più mercato perché tutto funziona su scala più ampia."

Eppure, i waste pickers non sono spariti; si sono evoluti. "Negli ultimi 40 anni si sono dedicati al riutilizzo. Con il benessere economico, il flusso dei rifiuti si è riempito di oggetti ancora perfettamente funzionanti. Mentre il riciclo diventava industriale, i waste pickers hanno capito che la vera miniera non era più la materia prima, ma l'oggetto finito, pronto per essere rivenduto su strada."
Il muro fiscale e l'illusione della democrazia
Tracciamo una mappa della situazione: da un lato il Global South, con Paesi come Brasile, Colombia, India, Africa, dove i governi includono i waste pickers per legge; dall'altro l'Europa, che li espelle sistematicamente. In Colombia, i municipi sono obbligati a integrarli; in Brasile migliaia di cooperative lavorano già in sinergia col sistema pubblico.
"La ragione è fiscale," osserva Luppi. "L’Europa si basa su un gettito fiscale ampio e tariffe sui rifiuti esigibili. Nel Global South il servizio pubblico non dispone di queste risorse, quindi conviene trovare accordi con chi questo lavoro lo fa già informale. L'Europa, invece, non segue un’evoluzione naturale ma una evoluzione ideologica escludente."
Secondo Luppi, questo è un punto debole della nostra democrazia. Ai tavoli della concertazione, dove si decidono le leggi ambientali, le scelte sono spesso la sintesi delle lobby più forti. La micro-scala, frammentata per natura, non ha forza lobbistica e finisce "centrifugata" fuori dalle normative. "In Italia parliamo di 60-70 mila persone, uno ogni mille abitanti. Vendono nei mercati dell'usato oltre 200.000 tonnellate di beni ogni anno. L’efficacia dei waste pickers è alta e se li espelli non guadagni né dal punto di vista ambientale né di efficienza. Rischi di mettere insieme sistemi più costosi per la collettività e comunque di non raggiungere gli obiettivi ambientali."
Benché nel Global South vi siano politiche maggiormente orientate all’inclusione, quando i governi tendono a innalzare lo standard della discarica, tendono automaticamente a espellere i waste pickers, gli operatori informali e vulnerabili. Loro lottano per mantenere la propria posizione e anche in Europa ci troviamo in questa fase, in Paesi come Bulgaria, Romania e Albania.
Perché l'industria "non ha cuore"
Chiedo a Luppi: Qual è il collegamento tra i waste pickers e il riutilizzo? “Le operazioni di microscala sinergizzano molto bene con i sistemi di riutilizzo e recupero. Per esempio, nella filiera del tessile, tutta la parte di distribuzione attuale dell’usato è a carico di micro-imprese, soprattutto ambulanti africani, dove l’Africa è il maggior mercato del mondo di abiti usati.”

Perché proprio loro? chiedo. “Perché sono il canale più efficace per raggiungere il consumatore finale. Anche quando il tessile rimane in Italia, sono sempre i venditori ambulanti a venderli. Le filiere di riutilizzo in conto terzi sono anch’esse micro-imprese formalizzate a conduzione familiare. Che siano ambulanti di più nazionalità diverse o negozi di usato in conto terzi, il sistema di riutilizzo e recupero di rifiuti tessili si basa su micro-imprese. Nel momento in cui i sistemi ambientali evolvono, il legislatore tende a non prendere in considerazione la micro-impresa, anche se è l’anello fondamentale, per portare tutto sulla larga scala.”
E come mai su scala più ampia l’equilibrio vacilla? "Al ristorante, se vuoi mangiare bene devi andare nell'impresa familiare. Nel settore dell’usato è lo stesso. Gestire migliaia di beni tutti diversi fra loro richiede cura, assortimento e un rapporto col cliente che l'industria non può avere. Ci vuole il cuore. L'industria può standardizzare la materia, ma solo l'occhio umano può valorizzare l'unicità di un oggetto usato. Senza questa cura, è impossibile gestire così tante variabili."
Jakarta: dalle discariche alla sentinella tecnologica
Proprio a Jakarta, Luppi ha partecipato alla definizione di una nuova strategia mondiale. L'obiettivo non è più solo la difesa dall'espulsione dalle discariche ma diventare tecnicamente indispensabili.
"A Jakarta si è parlato di come proporre soluzioni di tracciabilità avanzate," racconta Luppi. "L'idea è usare i waste pickers come 'sentinelle' per monitorare e tracciare i punti più emarginati e periferici del sistema, dove le istituzioni non arrivano. Si stanno creando meccanismi per assistere i gruppi locali, rendendoli più tecnici nelle loro proposte. Il waste picker oggi deve saper dire al governo come integrarlo nell'economia circolare, portando proposte tecniche concrete.”
Se i waste pickers venissero inclusi nell’evoluzione dei sistemi, aumenterebbero anche gli standard di sicurezza. Parliamo di un’attività che è stata da sempre svolta in ambienti insalubri, nella paura di tagli e infezioni derivanti dal rovistare a mani nude nei rifiuti, e nella povertà implicata dallo svolgimento di questa attività nell’informalità.
Un maggior riconoscimento porterebbe all’adozione di dispositivi di protezione individuale come guanti e stivali, e talvolta cambierebbe del tutto l’operazione. Una delle evoluzioni del lavoro in discarica per mezzo delle cooperative è la loro presenza presso la linea di selezione, dove non estraggono più il rifiuto materialmente ma lavorano su nastri automatici.

Gli enti vogliono reprimere il fenomeno, mentre la più corretta evoluzione sarebbe prendere le stesse persone che svolgono questo lavoro e inserirli in una struttura di filiera diversa, che sarebbe efficiente nel momento in cui coinvolgesse 50-100 lavoratori.
L’Alleanza Internazionale, nata tra il 2020 e il 2022 come "Global REC" e ora autonoma, è il massimo organo decisionale con 50 affiliati da tutte le Regioni del mondo. Rappresenta il concetto di "transizione giusta": evitare che la riforma ecologica mondiale schiacci proprio i lavoratori più vulnerabili.
Se vogliamo che il riutilizzo diventi un pilastro reale della transizione, non possiamo continuare a escludere un soggetto che, con occhio e cuore, è capace di intercettare il valore dove altri vedono solo un rifiuto.