Giornale dei Waste Pickers intervista il patron di Leotron
Articolo di Teresa Pidello apparso ad aprile su Catador.it, il giornale dei waste pickers italiani. Si ringrazia la redazione per la gentile concessione.
Alessandro Giuliani, membro di Rete ONU, è il fondatore di Leotron, un franchising che da 25 anni promuove il riutilizzo. L’idea alla base del progetto è che quello del second hand sia un mercato umano ed ecologico a cui tutti dovrebbero fare ricorso, indipendentemente dalla fascia sociale ed economica di partenza. In questa intervista racconta la sua esperienza trentennale nel settore, le sue evoluzioni e le previsioni per il futuro. “La transizione ecologica potrebbe essere la centrifuga che espelle gli operatori dell’usato dal mercato che storicamente hanno creato e costruito, o potrebbe essere un’imperdibile opportunità di protagonismo e di crescita”

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E’ da più di 30 anni che si occupa di riutilizzo e second hand economy. Come si è avvicinato a questo mondo?
Mi è sempre piaciuta l’innovazione, fin da giovanissimo. Negli anni ’80 mi sono specializzato nella creazione di software, a quel tempo era un settore davvero pioneristico. Poi, le circostanze della vita, negli anni ’90, mi hanno portato a progettare e a implementare il primo software gestionale per operatori dell’usato. Una vera rivoluzione, considerato che a quell’epoca il settore era fatto soprattutto di botteghe di rigatteria gestite in modo totalmente informale. Ciò ha dato impulso a un grande cambiamento, dove la mia casa franchising Leotron, proprietaria dei brand Mercatopoli e Babybazar e leader di un ampio circuito di negozi autonomi, ha avuto un ruolo guida.
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Quali sono le principali caratteristiche di questo mondo? Quali sfide deve affrontare che chi lavora nell’ambito?
In Italia ci sono circa 3.000 negozi dell’usato in conto terzi: un segmento di cui noi rappresentiamo la punta più avanzata ed organizzata. Come certificato da ISPRA, che è il braccio scientifico del Ministero dell’Ambiente, e dall’Agenzia Europea dell’Ambiente, questi negozi sono in grado di reimmettere ogni anno in circolazione circa 230.000 tonnellate di beni usati, escludendo quelli preziosi e di antiquariato. Anche gli ambulanti, altro grande segmento del settore, si assestano attorno alle 200.000 tonnellate annue di merci riutilizzate. Poi c’è l’arcipelago delle imprese sociali, segmento che si distingue per la capacità di creare sinergie con le amministrazioni comunali; queste realtà sono titolari di circa il 70% delle convenzioni di raccolta differenziata tessile con i Comuni, e vendono la quasi totalità del raccolto a imprese specializzate nella cernita che poi rivendono la frazione riutilizzabile, soprattutto in Africa e in paesi dell’Europa orientale. Ci sono anche altri segmenti di operatori, che fanno un lavoro importante, a fronte di volumi complessivamente minori. Uno dei tratti che ci unisce è la microscala dell’attività. Lo stesso segmento conto terzi è un mondo fatto di microimprese a conduzione familiare. La nostra grande sfida comune è essere protagonisti della trasformazione circolare in atto, senza farci spazzare via da nuove regole che sono concertate soprattutto tra poteri forti e grandi imprese. Il riutilizzo, parola di cui oggi tutti si riempiono la bocca, per noi è lavoro quotidiano.
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Come è nata Leotron, e con quali obiettivi?
Come dicevo, è nata facendo software e poi, a partire dagli anni ’90, si è dedicata ad innovare il settore dell’usato. Con la creazione del franchising, circa 25 anni fa, siamo stati protagonisti dell’evoluzione professionalizzante del settore. La nostra principale missione è portare l’usato nel mainstream, combattendo gli stigmi culturali che penalizzano il riutilizzo, e facendo sì che tutte le fasce sociali ed economiche facciano ricorso a questo mercato a testa alta. I nostri negozi, a livello di outfit e per livello gestionale, sono difficilmente distinguibili dalle eccellenze del retail del nuovo, ma sono meglio del retail del nuovo perché offrono pezzi unici e di qualità a buon mercato, e perché sono l’epicentro di reti sociali fortemente umanizzate, fatte di clienti venditori e clienti compratori. Leotron, tra le prime imprese in Italia, ha assunto lo statuto di una società benefit: un profilo formale che si adatta a pennello a un business dove la ricerca del legittimo guadagno economico è solo uno dei tasselli di uno schema più grande, costituito da valori solidi ed obiettivi ambientali e sociali; il nostro è un modello olistico.
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Con quali intenti è nata Rete ONU, e che tipo di impatto è riuscita ad avere dal 2011 ad oggi?
Rete ONU è nata dal dialogo tra operatori dell’usato lungimiranti, attivi in varie città italiane, caratterizzati da forme diverse di lavorare ma accomunati da uno stesso problema: la mancanza di voce presso le istituzioni pubbliche e i legislatori. L’assenza di un’associazione categoria presente ai tavoli dove si fanno le regole, negli anni, aveva penalizzato fortemente il settore, escludendolo dalle riforme sul commercio, dalle trasformazioni del settore ambientale e dagli iter normativi sulla fiscalità. Una situazione che, gradualmente, aveva portato interi comparti dell’usato all’informalità totale, e altri segmenti, anche quelli più nuovi, come il conto terzi, a subire vessazioni ingiustificate.
Se non contribuisci a fabbricare la norma, la norma piano piano ti esclude e ti fa sparire. Io ho seguito il percorso di Rete ONU fin dalle fasi preliminari, e in questi ultimi 15 anni ho ricoperto, in fasi diverse, i ruoli di Direttore del Comitato Tecnico-Legale, Portavoce Nazionale, Responsabile del comparto conto terzi e delegato al percorso EPR sui mobili. Fino a oggi Rete ONU è riuscita a mantenere il punto su alcune questioni chiave, soprattutto di principio, nell’evoluzione normativa ambientale, facendo sì che le filiere dell’usato non fossero escluse dal quadro legale e dalle politiche ambientali. Abbiamo posizionato molte proposte di legge, senza mai riuscire a completare gli iter a causa dell’instabilità politica, ma ottenendo riconoscimento da parte delle istituzioni nazionali. Le nostre istanze, su alcuni temi, hanno raggiunto l’interesse della Commissione Europea. Continuiamo a lottare duramente perché i risultati sul piano dei principi si traducano in benefici concreti per la nostra popolazione di operatori. La nuova direttiva europea sulla Responsabilità Estesa del Produttore del Tessile, anche in seguito alle nostre pressioni ed argomentazioni, vieta ai soggetti che gestiranno il sistema di recupero tessile di escludere dai propri schemi gli operatori del riutilizzo: però a volte facciamo difficoltà ad accedere ai tavoli dove il sistema viene impostato. Dobbiamo protestare costantemente per essere invitati. Ma le battaglie, quando sono veramente giuste e lungimiranti, alla fine si vincono. Sono ottimista.
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Com’era il panorama italiano quando ha iniziato e come è cambiato negli anni?
Quando ho iniziato il segmento dominante erano le botteghe di rigatteria. Poi, a seguito di importanti mutamenti economici, sociali e del mercato specifico, alcune botteghe, soprattutto quelle gestite da giovani, hanno scelto di passare alla formula dell’usato conto terzi, adottando i software gestionali e transitando a modelli di retail pienamente formalizzati. Altri rigattieri, soprattutto quelli di fascia debole, hanno rinunciato ai loro negozi/magazzino e sono diventati ambulanti. La domanda di mercato dell’usato non si riduce: negli ultimi 25 anni è cresciuta a buon ritmo di anno in anno. Però le piattaforme digitali, che sono entrate a gamba tesa nel nostro settore, hanno creato una grande distorsione. Io sono sempre favorevole alle innovazioni, ma le fondamenta del cambiamento non devono essere d’argilla. Le grandi piattaforme online generano perdite milionarie ogni anno, e sopravvivono cavalcando l’onda del futuro circolare, ricevendo costanti iniezioni di capitale ogni anno; prima o poi la bolla scoppierà, perché questi giganti dai piedi d’argilla non hanno ancora trovato un modello di business realmente in grado di sostenersi.
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Il tema della sostenibilità è oggi sulla bocca di tutti e fa parte di tutti i programmi politici. Questo ha aiutato la causa dei waste pickers?
Non ancora. In Italia e in Europa, nonostante il loro enorme contributo agli obiettivi ecologici, continuano a essere essenzialmente invisibili agli occhi delle istituzioni e degli stakeholder del settore.
Il rischio è che invece che ricevere beneficio dai trend di sostenibilità, vengano spazzati via, o ulteriormente emarginati; le istituzioni stanno intervenendo in zone grigie finora trascurate, ma tendono a farlo senza prendere in considerazione chi in queste zone grigie ci lavora; bisognerebbe puntare a emersione e miglioramento degli standard, invece le istituzioni tendono a costruire soluzioni a tavolino che non tengono conto né della realtà delle cose né degli esseri umani. A volte sono i waste pickers stessi, per il loro comprensibile affanno di sopravvivenza che li appiattisce sul tempo presente, a perdere grandi opportunità di posizionamento nello scenario futuro. Vanno accompagnati per mano, perché sono soggetti vulnerabili. Le istituzioni, di fronte alla vulnerabilità, dovrebbero mettere da parte i giochi di posizione tipici dei tavoli di concertazione e prendere l’iniziativa di coinvolgerli, valorizzando il ruolo di aggregazione e mediazione sociale e politica che Rete ONU riesce ad avere sui territori e a livello nazionale. L’ONU e l’OCSE, negli ultimi sei mesi, hanno formalizzato in atti ufficiali, come linea per i governi, la richiesta di coinvolgerli nelle politiche di economia circolare. L’Italia dovrebbe cominciare a prendere atto di questi orientamenti.
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Un cambiamento culturale nella percezione del mondo dell’usato sarebbe sufficiente? O ritiene necessaria anche un’ulteriore svolta politica?
Le due cose devono andare di pari passo. Leotron lavora alacremente, da decenni, per trasformare la percezione dei consumatori sulle offerte di merci usate, e ha raggiunto grandi risultati. È un lavoro che abbiamo portato avanti in modo cosciente e sistematico, mappando le aree di percezione con la collaborazione dell’accademia, e testando analiticamente gli strumenti di marketing. Queste leve di livello avanzato sono state portate nei territori dai nostri negozianti, in modo certosino e costante, per decenni. Tutti i sondaggi compiuti negli ultimi anni mostrano che l’usato, ormai, è uscito dalla nicchia e fa parte del mainstream, e ciò è avvenuto soprattutto grazie alla costanza e qualità del nostro lavoro. Le recenti e roboanti campagne istituzionali sulla circolarità e campagne pubblicitarie delle grandi piattaforme online, hanno di sicuro contribuito a cambiare la percezione, ma non sono state il fattore più importante. La svolta politica sarà veramente considerabile come tale, quando riuscirà a far atterrare i principi astratti sulla concreta realtà del riutilizzo. Quando questo scenario si avvererà, per gli operatori dell’usato si aprirà un’età dell’oro, ma devono essere capaci di adattarsi ai cambiamenti.
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Che tipo di scenari immagina per il futuro?
Tante riforme sulla circolarità che impattano direttamente sul nostro settore, dall’EPR, fino all’ecodesign e agli scenari di servitizzazione fomentati dal diritto alla riparazione. La transizione ecologica potrebbe essere la centrifuga che espelle gli operatori dell’usato dal mercato che storicamente hanno creato e costruito, o potrebbe essere un’imperdibile opportunità di protagonismo e di crescita. Il futuro è aperto, e sarà la capacità di argomentazione e mobilitazione degli operatori stessi, di fronte alle istituzioni, a far pendere il destino da un lato o dall’altro.
Teresa Pidello