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Il modello di produzione Just In Time

Venerdì 22 Luglio 2022

Non è più una novità, la moda fast fashion è inquinante durante la produzione e causa la nascita di discariche abusive al momento del suo smaltimento. Esistono già rimedi per una moda più sostenibile che vanno dal refashion al second hand, ma si tratta molto spesso di soluzioni attuate nel momento in cui un capo è in circolazione. Una nota più green può essere assunta anche dalla produzione? Pare di sì, e la svolta potrebbe essere il metodo just-in-time.

produzione-just-in-time

Il tradizionale metodo di produzione si basa perlopiù su una logica push, ciò significa che a priori avvengono l’approvvigionamento e la produzione del prodotto in una determinata quantità. Da questa iniziale attività dipendono di conseguenza tutte le altre. Il settore fashion ha da sempre lavorato in questi termini: prima avviene la produzione dei capi, successivamente ha luogo la vendita degli stessi. Tale metodo garantisce una pronta consegna della merce ma significa anche che i prodotti vengono creati prima che ci sia una reale richiesta, con il rischio che le scorte rimangano in magazzino invendute.

Opposta alla logica push c’è la logica pull: la produzione in una determinata quantità del prodotto avviene nel momento in cui c’è richiesta dello stesso da parte dei consumatori. È esattamente ciò che fa il metodo di produzione just-in-time. Le scorte vengono alleggerite, il lavoro ottimizzato e la consegna velocizzata. Queste solo le caratteristiche del metodo “appena in tempo” dove i capi vengono prodotti solo nel momento in cui c’è un’effettiva richiesta. I fattori positivi di questa politica sono innumerevoli: vanno da un migliore sfruttamento delle materie prime a un servizio clienti più celere, tutto il processo si accorcia e ciò comporta una maggiore efficienza.




Ma se la logica push rappresenta il metodo tradizionale, la logica pull è un’invenzione moderna? In realtà no. La prima azienda a sperimentare questa linea produttiva fu la Ford negli anni ’20 che si prefissò l’idea di portare l’autovettura dalla fabbrica fino al cliente finale, senza passare per il magazzino. Tale metodo è stato impiegato più di quanto si potrebbe pensare, fino ad arrivare ai giorni nostri in cui le aziende hanno iniziato ad adottarlo anche nel settore della moda. A fare scalpore in tal senso è stato un brand di Nola (NA) chiamato Blowhammer che vende abbigliamento streetwear online. Nel suo modello di produzione ha voluto inserire due elementi fondamentali: ecosostenibilità e innovazione. La sua politica è quella di produrre un capo in 48/72 ore. Questo processo azzera l’accumulo di merce in magazzino, riduce notevolmente le emissioni di CO2 e rende più felici i clienti.

L’azienda ha iniziato ad adottare strategie eco-innovative già nel 2013, quando è stata fondata, poiché voleva essere una concreta alternativa alla fast fashion. Negli anni è infatti riuscita a raggiungere importanti traguardi come la riduzione del 70% delle emissioni (con un’ulteriore riduzione del 30% ogni anno), l’eliminazione della sovrapproduzione e il riciclo di scarti di produzione che vengono donati gratuitamente a laboratori specializzati. Senza contare il fatto che l’azienda ha anche lanciato il Programma Re-generate offrendo uno sconto a chi riporta al brand uno o più capi, evitando che si sommino all’87% dell’abbigliamento che ogni anno finisce negli inceneritori e nelle discariche di tutto il mondo. Insomma, chi acquista un capo Blowhammer non sta semplicemente comprando un vestito, sta sposando una filosofia e dei valori.




C’è però un aspetto ancora più interessante da considerare e che ci fa essere ottimisti verso il futuro. In questa epoca storica fortemente digitalizzata, dove la fast fashion viene raccontata nelle piattaforme digital quotidianamente, sembra difficile per i giovani far durare un capo più di due mesi. Un brand come Blowhammer dimostra invece che questo è possibile, poiché l’azienda è nata proprio da nativi online. Anche la moda può quindi ridurre emissioni, scarti e rimanenze.

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