Nelle prime ore dell’alba, mentre la città dorme ancora, qualcuno cammina lungo i marciapiedi e i bordi delle discariche e raccoglie ciò che gli altri hanno lasciato. Accade a Roma come a San Paolo. I waste pickers sono le persone che raccolgono i rifiuti e ne riconoscono il valore prima che il sistema ufficiale lo cancelli. Il loro è un lavoro strutturato, fatto di selezione, conoscenza dei materiali e capacità di vedere una risorsa dove il ciclo formale vede solo uno scarto. Quello che per il cittadino è un ingombro, per questi raccoglitori di rifiuti è un bene da intercettare in tempo.
Chi sono i waste pickers
Il termine waste pickers nasce ufficialmente nel 2008, alla prima conferenza mondiale della categoria a Bogotà. La parola dà un’identità comune e una dignità professionale a chi per lungo tempo è stato descritto con epiteti dispregiativi. Dietro il nome c’è un mestiere antico. Il waste picker si comporta come un raccoglitore: percorre il proprio ambiente urbano, trova beni e li raccoglie in base al valore, per rivenderli. È una logica semplice e costante, più vicina alla natura che all’industria pesante. Per molti anni questo mestiere è rimasto invisibile alle istituzioni. Oggi la stessa categoria siede ai tavoli della politica ambientale, in Italia e nel mondo.
Dal riciclo al riutilizzo
Per decenni il lavoro si è concentrato sui materiali riciclabili, cioè carta, cartone, plastica e vetro. Nei Paesi a più alto reddito le raccolte differenziate industriali hanno assorbito questa funzione, e la micro-scala ha perso mercato su quel fronte. I waste pickers si sono evoluti. Con il benessere economico, il flusso dei rifiuti si è riempito di beni ancora perfettamente funzionanti. Mentre il riciclo diventava industriale, i waste pickers hanno capito che la vera miniera non era più la materia prima, ma l’oggetto finito, pronto per tornare in uso.
Da allora il loro mestiere è soprattutto riutilizzo, e negli ultimi quarant’anni si è spostato dalla raccolta di materiale al recupero di beni interi che il mercato può rimettere in circolo. Questo passaggio spiega perché oggi i waste pickers presidiano soprattutto i beni riutilizzabili. Un capo di abbigliamento, un mobile o un piccolo elettrodomestico ancora integri valgono, sul mercato dell’usato, molto più della materia di cui sono fatti. Il loro occhio riconosce quel valore residuo e lo rimette in circolo, spesso prima che il bene entri nel flusso dei rifiuti.
Perché il Global South li integra e l’Europa li allontana
In gran parte del mondo la legge include i waste pickers. In Colombia i municipi sono obbligati a integrarli, in Brasile migliaia di cooperative lavorano già insieme al sistema pubblico. In Europa accade il contrario, e il sistema tende a espellerli. La ragione è prima di tutto fiscale. L’Europa dispone di un gettito ampio e di tariffe sui rifiuti esigibili, quindi può permettersi un servizio pubblico che fa a meno della micro-scala. Nel Global South quelle risorse mancano, e conviene stringere accordi con chi questo lavoro lo fa già. In Europa la scelta di allontanarli segue una logica ideologica più che un’evoluzione naturale.
C’è anche un limite della nostra democrazia. Ai tavoli dove si scrivono le leggi ambientali, le decisioni sintetizzano gli interessi delle organizzazioni più forti. La micro-scala è frammentata per natura e resta priva di forza di pressione, così finisce fuori dalle norme. In Italia parliamo di decine di migliaia di persone, con una stima tra 50.000 e 70.000 operatori vulnerabili del riutilizzo. Ogni anno vendono nei mercati dell’usato una quantità di beni che l’Osservatorio del Riutilizzo valuta attorno alle 200.000 tonnellate. Allontanarli produce sistemi più costosi per la collettività e obiettivi ambientali più lontani.
Quel riutilizzo pesa anche sul bilancio pubblico. Rete ONU stima che gli operatori vulnerabili facciano risparmiare ai Comuni circa 40 milioni di euro l’anno di costi di smaltimento, che diventano 40 milioni in meno sulle bollette TARI dei cittadini.
L’Italia mostra le due direzioni possibili. A Roma i mercati autorizzati degli operatori del riuso, ottenuti dopo anni di negoziazione, sono stati smantellati nel 2007, e il dialogo è rimasto interrotto. Torino ha scelto la strada opposta, con le aree di libero scambio dell’associazione ViviBalon, e Palermo ha regolarizzato gli operatori dello storico mercato di Ballarò. Dove l’amministrazione apre un tavolo, il lavoro emerge e migliora.
Perché il riutilizzo poggia sulla micro-scala
I waste pickers e il riutilizzo lavorano bene insieme. Le operazioni di micro-scala si integrano con i sistemi di recupero meglio di quanto faccia la grande scala. Nella filiera del tessile la distribuzione dell’usato è quasi tutta in mano a micro-imprese, spesso venditori ambulanti, e l’Africa è il maggior mercato mondiale di abiti usati, come racconta La geopolitica degli abiti usati e come mostra Il riuso africano si riorganizza: filiera e tracciabilità. Anche quando il tessile resta in Italia, sono gli ambulanti a portarlo al consumatore finale. Le filiere del riutilizzo in conto terzi sono anch’esse micro-imprese familiari formalizzate. Ambulanti di molte nazionalità o negozi dell’usato in conto terzi, il sistema del riutilizzo dei rifiuti tessili poggia sulle micro-imprese.
Il motivo sta nella natura del bene usato. Gestire migliaia di articoli tutti diversi richiede cura, assortimento e un rapporto diretto con il cliente. L’industria standardizza la materia, e solo l’occhio umano valorizza l’unicità di un articolo usato. Quando i sistemi ambientali evolvono, il legislatore tende a portare tutto sulla grande scala e a dimenticare la micro-impresa, che di quel sistema resta l’anello portante. Il paragone con la ristorazione aiuta a capirlo. Per mangiare bene si sceglie l’impresa familiare, e nell’usato vale lo stesso. Solo un rapporto artigianale con l’articolo permette di leggerne il valore, prezzarlo e trovargli un compratore. Con questa cura la micro-scala gestisce una varietà di beni che la produzione di massa non saprebbe governare, e proprio da lì nasce il suo risultato ambientale.
Un riconoscimento che cresce
Per anni i waste pickers sono rimasti ai margini. Oggi siedono ai tavoli della politica globale. Nei negoziati intergovernativi per il trattato contro l’inquinamento da plastica, Rete ONU ha portato la voce europea dentro la delegazione dell’Alleanza Internazionale dei Waste Pickers, la rete mondiale che riunisce oltre 20 milioni di persone impegnate nel riutilizzo, nella raccolta di strada e nel recupero in discarica. La richiesta è chiara: partecipare ai nuovi scenari dell’economia circolare, perché in ogni transizione il rischio è che i soggetti più deboli vengano espulsi. Il trattato ridisegna l’intero ciclo di vita della plastica, dalla produzione al fine vita, e le scelte prese in quella sede toccano da vicino chi vive di raccolta e recupero. Molti di questi operatori chiedono da anni di entrare in filiere strutturate di La preparazione per il riutilizzo e i centri di riuso.
Il riconoscimento è arrivato anche sul piano morale. Il 23 ottobre Papa Leone XIV ha ricevuto in udienza i movimenti popolari, e la delegazione più numerosa era quella dei waste pickers, guidata dal presidente dell’Alleanza Severino Lima insieme a leader di Francia, Colombia, Argentina, Senegal e Nigeria. Il Papa ha ribadito di stare dalla parte dei più deboli e ha chiamato questi lavoratori “poeti sociali”, capaci di cercare soluzioni con la bellezza dell’artigianato oltre che con la protesta.
A Jakarta, nel board dell’Alleanza, prende forma il passo successivo. L’obiettivo si sposta dalla difesa contro l’espulsione al diventare tecnicamente indispensabili. Si lavora a soluzioni di tracciabilità avanzata, con i waste pickers come sentinelle capaci di monitorare i punti più periferici del sistema, là dove le istituzioni non arrivano. Il waste picker oggi porta al governo proposte tecniche concrete su come integrarlo nell’economia circolare. L’Alleanza, nata tra il 2020 e il 2022 come Global REC e oggi autonoma, riunisce cinquanta affiliati da tutte le Regioni del mondo ed è il massimo organo decisionale della categoria.
La transizione giusta è la posta in gioco
Dietro questo lavoro c’è un principio che l’Organizzazione Internazionale del Lavoro chiama transizione giusta: gestire il cambiamento nel modo più equo possibile, coinvolgere tutti gli interessati e creare lavoro dignitoso senza lasciare indietro nessuno. Includere i waste pickers alza anche gli standard di sicurezza. Un’attività svolta a mani nude tra i rifiuti, con il rischio di tagli e infezioni, cambia con il riconoscimento: arrivano guanti e stivali e, in molti casi, il passaggio dalla discarica alle linee di selezione automatiche gestite dalle cooperative. La direzione utile prende le stesse persone che già fanno questo lavoro e le inserisce in una filiera più efficiente, che rende bene quando coinvolge cinquanta o cento lavoratori. In quella forma il lavoro dei waste pickers smette di essere una sopravvivenza individuale e diventa un servizio riconosciuto, con regole, sicurezza e un ruolo chiaro dentro l’economia circolare.
Se vogliamo che il riutilizzo diventi un pilastro reale della transizione ecologica, i waste pickers vanno inclusi. Sono loro a intercettare il valore dove il sistema vede solo un rifiuto, con l’occhio e la cura che nessuna industria possiede. Riconoscere i raccoglitori di rifiuti come parte della soluzione conviene all’ambiente, ai conti pubblici e alle persone. È il modo più concreto per dare al riutilizzo, e a chi lo pratica ogni giorno, la forza che merita. Lo stesso valore sociale che racconta L’impatto solidale del riuso: il valore sociale.
