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Usato, cosa dicono davvero i dati Altroconsumo

20 Marzo 2026

Le indagini sul mercato dell’usato si sono moltiplicate negli ultimi anni, e il motivo è chiaro: il riuso è diventato un tema centrale del dibattito economico e delle politiche pubbliche sulla sostenibilità. Sempre più soggetti, anche esterni al settore, provano a misurarne dimensioni, tendenze e comportamenti. Per chi opera nel secondhand ogni nuova rilevazione è un’occasione utile, a una condizione: leggerla per quello che dice davvero, distinguendo il metodo, la fonte e il perimetro.

Tra le indagini recenti, quella di Altroconsumo merita attenzione per una ragione precisa. Arriva da un’associazione di consumatori, cioè da una fonte indipendente, senza interessi commerciali nel risultato. Questo la rende un riscontro prezioso accanto alle rilevazioni commissionate da operatori del mercato. In questa pagina leggiamo i suoi dati con attenzione, per capire cosa confermano davvero e come vanno interpretati.

Perché conta una fonte indipendente

Le indagini nascono in modi diversi. Alcune sono commissionate da soggetti che hanno un interesse diretto nel mercato che misurano. Questo non le rende inattendibili, ma chiede una lettura consapevole. È il caso dell’Osservatorio Second Hand Economy, realizzato da Ipsos Doxa per Subito, la rilevazione più continua del settore: da anni fotografa la compravendita tra privati e per il 2025 stima un valore complessivo di 27,2 miliardi di euro. Il metodo e i limiti di questa lettura li abbiamo approfonditi in Second Hand Economy 2025, pregi e difetti dell’indagine Doxa. Qui basta ricordare due aspetti: quella cifra somma anche categorie fuori dal perimetro della rete, e una rilevazione commissionata da una piattaforma di annunci ha un interesse legittimo a raccontare un mercato in crescita costante.

Un’associazione di consumatori parte invece da un’esigenza diversa, informare chi compra e chi vende. Per questo l’indagine Altroconsumo offre un punto di osservazione utile, che possiamo mettere accanto agli altri dati del filone senza sovrapporlo. Le due fonti si leggono meglio insieme, ciascuna con il proprio metodo e il proprio perimetro, senza fonderle in un unico numero.

Come è fatta l’indagine Altroconsumo

L’indagine è stata realizzata tra il 30 maggio e il 3 settembre 2025 su un campione di 1.460 persone, rappresentativo della popolazione italiana per sesso, età compresa tra i 18 e i 74 anni, livello di istruzione e area geografica. Il rapporto integrale resta riservato, e i suoi contenuti si ricostruiscono attraverso un articolo divulgativo pubblicato sul blog dell’associazione. Già questo suggerisce prudenza: senza il documento completo e le note di metodo, alcune cifre restano difficili da verificare fino in fondo.

Una premessa aiuta a leggere i numeri che seguono. L’articolo prende come riferimento iniziale la stima dell’Osservatorio Second Hand Economy allora disponibile, riferita all’anno precedente, senza specificare che quella cifra comprende anche segmenti esterni al commercio dell’usato al dettaglio. L’autrice del testo ha poi chiarito che il dato di partenza proviene da quella fonte, mentre le altre informazioni derivano dalla ricerca Altroconsumo. La distinzione conta, perché quando i risultati di due indagini diverse vengono presentati insieme è facile generare confusione, come è accaduto in alcune riprese giornalistiche che hanno trattato i due studi come un unico quadro statistico. È un rischio frequente, e riconoscerlo è il primo passo per leggere bene i dati che arrivano.

Cosa pensano gli italiani del secondhand

Al di là delle premesse, i risultati sui comportamenti sono interessanti e vanno nella stessa direzione delle altre rilevazioni del settore: il secondhand è ormai una pratica diffusa e radicata nelle abitudini quotidiane della maggior parte della popolazione.

Secondo l’indagine, l’80% degli intervistati ritiene che comprare o vendere articoli di seconda mano abbia un impatto positivo sull’ambiente, e il 66% considera poco sensato comprare nuovo quando si tratta di beni destinati a un uso occasionale. Restano alcune riserve, che è giusto riconoscere con serenità: il 37% teme di ricevere articoli in cattive condizioni, e circa un quarto del campione dichiara ancora un po’ di disagio nell’usare articoli appartenuti ad altre persone. Sono resistenze reali, ma minoritarie, e raccontano un mercato che ha superato da tempo la fase pionieristica per diventare una scelta ordinaria.

Chi compra e chi vende

Sul fronte degli acquisti, circa tre intervistati su quattro dichiarano di cercare articoli usati con una certa frequenza, e il 44% lo fa almeno una volta al mese. La ricerca dell’usato appare quindi come un’abitudine stabile, non come un gesto occasionale.

I dati puntuali vanno letti con una piccola avvertenza, che l’indagine stessa suggerisce. In più punti il testo e i grafici riportano percentuali diverse per lo stesso indicatore: il testo parla di otto italiani su dieci che hanno comprato almeno un articolo usato nell’ultimo anno, mentre il grafico indica il 67%; sulla spesa, il testo cita il 54% di acquirenti con più di tre articoli in dodici mesi, il grafico il 34%. Sono scarti che invitano a prendere le singole cifre con prudenza e a guardare piuttosto alla tendenza di fondo, che resta netta.

Anche i venditori confermano il quadro. Tre intervistati su dieci dichiarano di aver venduto almeno un articolo usato negli ultimi dodici mesi, e tra questi il 43% ne ha ceduti più di tre, con un guadagno medio intorno ai 181 euro. Il mercato mantiene una forte dimensione negoziale: il 78% degli articoli viene proposto a prezzo trattabile e circa due terzi delle vendite si chiudono sotto la richiesta iniziale, con uno sconto medio del 19%. Nonostante questo, la soddisfazione di chi vende resta alta, con un punteggio medio di 84 su 100 e solo il 3% che segnala problemi rilevanti. È il ritratto di un mercato maturo, in cui la trattativa fa parte del gioco e l’esperienza complessiva è positiva.

Online e in negozio, confini sfumati

L’indagine indica anche come si compra: il 54% delle operazioni avviene online tra privati tramite piattaforme, l’11% attraverso negozi online e il restante 35% in punti vendita fisici o per contatto diretto. È un dato utile, che però va maneggiato con cura, perché i confini tra i canali sono molto più sfumati di quanto una divisione netta lasci intendere.

Nella pratica, chi vende usato usa spesso le piattaforme digitali per mostrare i propri articoli, mentre chi compra consulta gli annunci online prima di concludere l’acquisto in negozio. Il risultato è un sistema ibrido, in cui online e punto vendita fisico si alimentano a vicenda. Leggere i due canali come mondi separati porta a sottovalutare proprio questa integrazione, che è la forza del settore. Anche per questo, senza il valore economico delle transazioni accanto al loro numero, è difficile attribuire con precisione una quota del giro d’affari a un canale piuttosto che a un altro.

Le categorie più diffuse

L’indagine mostra anche quali categorie ricorrono di più. Per l’ultimo acquisto dichiarato, l’abbigliamento insieme a scarpe e accessori è nettamente in testa, con circa un terzo del campione, seguito da libri, fumetti, CD, DVD e vinili, citati dal 18%. Sul lato dell’offerta l’ordine è simile, con l’abbigliamento in prima posizione.

Qui serve una lettura attenta, perché la frequenza delle operazioni non coincide con il loro valore. Categorie meno frequenti, come i mobili, che pesano intorno al 5% delle vendite, hanno valori medi per articolo molto più alti e quindi un peso economico maggiore di quanto la sola frequenza lasci intuire. È una distinzione che conosce bene chi gestisce un negozio dell’usato multi-categoria, dove reparti diversi convivono e si equilibrano: quello che si vende più spesso e quello che porta più valore sono spesso reparti diversi, e un buon assortimento tiene insieme entrambi i piani.

Quanto vale davvero il mercato

Il punto più utile dell’indagine emerge quando se ne leggono i numeri in chiave di dimensione economica, restando dentro il perimetro che ci riguarda, cioè il commercio dell’usato al dettaglio. Partendo dalla spesa media dichiarata, intorno ai 219 euro l’anno per gli acquirenti più attivi, e dalla quota di popolazione coinvolta, si arriva a un ordine di grandezza di pochi miliardi di euro per le categorie di beni di uso comune. È un valore molto più contenuto della cifra complessiva che circola nei titoli, e non per contraddizione: le due misure parlano di perimetri diversi, perché la stima più alta somma anche segmenti esterni al commercio dell’usato al dettaglio.

Questo ordine di grandezza è coerente con le rilevazioni indipendenti del settore. L’Osservatorio del Riutilizzo e Rete ONU, nel 2019, hanno riferito al Parlamento un volume intorno ai 3 miliardi di euro per il comparto. La distanza tra le varie stime dipende in buona parte da come il settore è stato misurato nel tempo: per anni gli operatori dell’usato in conto terzi hanno lavorato senza un codice di attività dedicato, e questo ha prodotto letture molto diverse tra loro. Dal 2025 la situazione è cambiata, con l’introduzione del codice riservato al commercio dell’usato in conto terzi, come raccontiamo in Codici ATECO 2025: riconosciuto il commercio dell’usato. Una classificazione più precisa aiuterà a ridurre i fraintendimenti e a fotografare il settore per quello che è.

Trasparenza, la strada per capire il settore

Per chi vive il mercato dell’usato ogni giorno, indagini come quella di Altroconsumo restano preziose, perché offrono dati concreti su cui ragionare. Il loro valore cresce quando i risultati sono resi disponibili in forma integrale, con le note metodologiche e il livello di dettaglio che permettono verifiche e approfondimenti indipendenti. È così che una ricerca diventa uno strumento affidabile per i consumatori, per gli operatori e per chi prende decisioni pubbliche sul riuso.

La direzione utile, allora, è un confronto aperto tra chi produce i dati e chi conosce il settore dall’interno. I dati Altroconsumo, letti accanto alle altre fonti del filone e interpretati con attenzione al metodo e al perimetro, aiutano a raccontare il secondhand per quello che è diventato: una scelta diffusa, matura e stabile nelle abitudini degli italiani. Se vuoi ricevere le nostre analisi sul mercato dell’usato, puoi iscriverti alla newsletter, e per un quadro d’insieme trovi il punto di partenza in La secondhand economy: cos’è e perché conta.

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