La secondhand economy è l’insieme delle attività di compravendita e scambio di beni usati. Non è più un fenomeno di nicchia: è una componente strutturale dell’economia, scelta dalla maggioranza degli italiani e in crescita costante. Questa pagina spiega cos’è la secondhand economy, quanto pesa, perché conta sul piano economico, ambientale e sociale, come funziona e quali forme assume. È il punto di partenza per orientarsi nel mondo dell’usato, pensata prima di tutto per chi opera nel secondhand, o vuole entrarci, e per chiunque voglia capirlo a fondo.
Per anni l’usato ha portato con sé uno stigma, quello della scelta di ripiego. Oggi quel pregiudizio è caduto. Nel 2025 il 68% degli italiani dichiara di partire proprio dall’usato quando deve acquistare qualcosa, nove punti percentuali in più rispetto all’anno precedente. È un cambiamento culturale prima ancora che economico, e racconta un Paese che ha imparato a riconoscere nella seconda mano valore, qualità e opportunità. Capire questo cambiamento significa capire una parte importante dei consumi di oggi.
Cos’è la secondhand economy
La secondhand economy è l’economia che nasce dal dare una seconda vita ai beni. Al suo cuore c’è il riutilizzo, che la normativa europea e italiana definisce come l’operazione con cui un prodotto che non è un rifiuto passa dall’utilizzatore originario a uno nuovo, per la stessa finalità. Sul piano commerciale, il riutilizzo coincide con la secondhand economy.

Non a caso riutilizzo e preparazione per il riutilizzo sono al vertice della gerarchia dei rifiuti fissata dalla norma ambientale europea, prima del riciclo e dello smaltimento, perché il loro impatto ambientale è minore. Per orientarsi conviene partire dal significato preciso del termine.
Cosa significa secondhand
Secondhand è un termine inglese che significa di seconda mano. Indica qualsiasi bene già posseduto o usato da qualcun altro, che non è nuovo ma ha avuto un proprietario precedente: un capo di abbigliamento, un mobile, un libro, un elettrodomestico, un giocattolo o un oggetto di antiquariato. Si acquista in diversi modi: nei negozi dell’usato, dove personale esperto seleziona e garantisce gli articoli; nei mercatini, dove si trovano pezzi unici e curiosi; e sulle piattaforme di compravendita online, che hanno reso normale comprare e vendere tra privati. Le ragioni per sceglierlo sono sempre le stesse: ridurre l’impatto ambientale, trovare articoli unici, dare nuova vita a ciò che esiste già e risparmiare.
Una distinzione utile riguarda il vintage. Un articolo è secondhand quando è già stato usato, a prescindere dall’età. È vintage quando ha almeno una ventina d’anni, riflette lo stile e i materiali di un’epoca precisa, mantiene un grado di originalità e autenticità, e spesso ha acquisito valore nel tempo. Ne deriva una regola semplice: ogni articolo vintage è di seconda mano, ma non ogni articolo di seconda mano è vintage.
Secondhand economy ed economia circolare
La secondhand economy è la forma più immediata e accessibile dell’economia circolare, quella in cui le risorse restano in uso il più a lungo possibile invece di diventare rifiuto. Mentre il riciclo trasforma un bene in materia prima per produrne altri, il riutilizzo conserva il bene così com’è e lo rimette in circolo intatto, con un dispendio di energia e risorse molto inferiore. È la ragione per cui le politiche ambientali dovrebbero privilegiarlo. Ogni volta che un articolo passa di mano invece di essere buttato, si evita una produzione nuova e si allunga il ciclo di vita di ciò che esiste già. La secondhand economy, in questo senso, non è solo un mercato: è un modo concreto di mettere in pratica la circolarità.
Una breve storia della secondhand economy
La secondhand economy non è nata ieri. Per gran parte del Novecento la compravendita dell’usato è vissuta ai margini, tra mercatini e rigattieri, accompagnata da un pregiudizio tenace, quello della roba di seconda mano come scelta obbligata di chi non poteva permettersi il nuovo. Il primo cambiamento è arrivato con la nascita di veri negozi dell’usato organizzati, impostati come attività commerciali a tutti gli effetti, con vetrine curate, selezione e servizio. Leotron ha fatto parte di questa svolta fin dalla fine degli anni Ottanta, contribuendo a trasformare l’usato da bancarella a impresa.
Il secondo salto è arrivato con il digitale. Le piattaforme di compravendita online hanno reso normale comprare e vendere tra privati e hanno allargato enormemente la platea: se dieci anni fa usava i canali digitali per l’usato circa un italiano su tre, oggi lo fa la grande maggioranza di chi pratica la seconda mano. Comodità, velocità e ampiezza dell’offerta hanno fatto il resto.
L’ultimo passaggio è insieme culturale e istituzionale. L’usato ha perso lo stigma ed è diventato una scelta consapevole, in molti casi persino di tendenza, soprattutto tra i giovani. E nel 2025 il settore ha ottenuto un riconoscimento formale, con un codice di attività dedicato all’intermediazione nel commercio dell’usato. Da margine a pilastro dell’economia: è questo percorso a spiegare perché oggi la secondhand economy conta davvero.
Quanto conta: i numeri
I numeri raccontano quanto il fenomeno sia diventato grande. Nel 2025 la secondhand economy in Italia ha generato un valore di 27,2 miliardi di euro, pari all’1,2% del PIL, sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente. A comprare o vendere usato sono stati 28,2 milioni di italiani, il 65% della popolazione, con una crescita particolarmente forte sul fronte di chi vende. Non cresce solo il numero di persone, ma anche la frequenza: il 24% di chi compra e il 23% di chi vende lo fa almeno una volta al mese, mentre oltre la metà ricorre all’usato almeno ogni sei mesi. L’online è ormai il motore della crescita: rappresenta il 54% del mercato, pari a 14,7 miliardi di euro, ed è usato dal 71% di chi pratica l’usato, contro il 30% di dieci anni fa. Sono dati dell’Osservatorio Second Hand Economy di BVA Doxa per Subito, la rilevazione più continua del settore, confermati sul fronte dei comportamenti da un’indagine indipendente di Altroconsumo. Il dettaglio di questi numeri, categoria per categoria, lo trovi nell’analisi sui dati del mercato dell’usato in Italia.
Il fenomeno non riguarda solo l’Italia. A livello mondiale la seconda mano cresce molto più in fretta del commercio tradizionale, e il solo mercato dell’abbigliamento usato è proiettato verso diverse centinaia di miliardi di dollari nei prossimi anni. Grandi marchi della moda e della distribuzione hanno aperto canali dedicati al proprio usato, e le piattaforme digitali di compravendita sono diventate protagoniste dei consumi, soprattutto tra i più giovani. L’Italia si colloca in questo quadro come un mercato maturo, in cui l’usato è entrato nelle abitudini quotidiane di più di una persona su due e non è più percepito come una seconda scelta.
Perché conta: tre valori
La secondhand economy conta perché genera valore su tre piani insieme: economico, ambientale e sociale.
Il valore economico. Per chi compra, l’usato significa risparmio: chi acquista percepisce un risparmio medio del 44% rispetto al nuovo. Per chi vende, è un’entrata reale, un modo per dare valore a ciò che non si usa più. E per il territorio è lavoro: in Italia sono attivi circa 3.000 negozi dell’usato in conto terzi, attività spesso di piccola dimensione che creano occupazione locale. In un tempo di costo della vita in aumento, la secondhand economy è diventata un alleato concreto del bilancio familiare. Una famiglia che attrezza la cameretta di un bambino o rinnova il guardaroba trova nell’usato un risparmio che pesa, e chi svuota un armadio o una cantina trasforma in valore ciò che sarebbe rimasto fermo.
Il valore ambientale. Allungare la vita di un bene è il modo più diretto di evitare che diventi un rifiuto. Secondo l’ISPRA, nel 2022 i negozi conto terzi italiani hanno avviato a riutilizzo oltre 232.000 tonnellate di beni. Una conferma indipendente arriva dal Rapporto Nazionale sul Riutilizzo, curato dall’Osservatorio del Riutilizzo di Occhio del Riciclone Italia ONLUS con Labelab e Rete ONU, che stima in Italia oltre 100.000 operatori del riuso, capaci di sottrarre allo smaltimento alcuni chilogrammi di beni per abitante ogni anno. Non sorprende che comprare e vendere usato sia ormai il secondo comportamento sostenibile più diffuso in Italia, dopo la raccolta differenziata. Sono benefici descrivibili e verificabili, lontani dagli slogan: un divano, una bicicletta o un cappotto che trovano un secondo proprietario sono risorse che restano in uso, e ogni articolo rimesso in circolo è una produzione nuova che si può evitare.
Il valore sociale. La secondhand economy rende accessibili beni di qualità anche a chi non potrebbe permetterseli nuovi, e crea relazione. In un negozio dell’usato ogni transazione è anche uno scambio di fiducia, e spesso di storie. È un’economia di prossimità che rafforza il legame con il territorio e restituisce dignità a una scelta che un tempo si faceva di nascosto. Per molte famiglie è anche il modo di accedere a beni per l’infanzia di qualità a costi sostenibili, in una fase della vita in cui le esigenze cambiano in fretta.
Perché cresce proprio ora
La crescita della secondhand economy non è casuale. Pesa il costo della vita, che spinge le famiglie a cercare modi intelligenti di spendere e di guadagnare. Pesa il digitale, che ha reso la compravendita rapida e gestibile da casa, allargando enormemente la platea. Pesa un cambiamento culturale profondo, soprattutto tra i giovani, per cui l’usato è diventato una scelta di stile e di consapevolezza, non più un ripiego. E pesa, infine, il riconoscimento istituzionale: i negozi dell’usato in conto terzi sono ormai migliaia e dal 1° aprile 2025 l’attività di intermediazione nel commercio dell’usato ha un codice dedicato, l’ATECO 47.91.10, come approfondiamo nell’articolo sul codice ATECO per il commercio dell’usato.
Le regole del secondhand
Il commercio dell’usato ha regole proprie, utili da conoscere a grandi linee. Sul piano fiscale, la rivendita di beni usati segue il regime del margine, che calcola l’IVA solo sulla differenza tra prezzo di vendita e prezzo di acquisto ed evita una doppia imposizione. È un meccanismo pensato proprio per chi commercia in beni di seconda mano, che approfondiamo in Gestire un negozio dell’usato: adempimenti, fiscalità e operatività e nell’articolo sul codice ATECO 47.91.10. Sul piano della sicurezza, la normativa di pubblica sicurezza prevede forme di tracciabilità delle operazioni, a tutela della trasparenza e contro il commercio di beni di provenienza illecita. Sul piano ambientale, il riutilizzo e la preparazione per il riutilizzo occupano un posto preciso nella gerarchia europea dei rifiuti, prima del riciclo e dello smaltimento: sono le regole che approfondiamo in Normativa europea del riuso: cosa cambia per il secondhand.

Come funziona: il modello del conto vendita
Il modo più diffuso di fare secondhand in modo professionale è il conto vendita. Il cliente affida i propri articoli al negozio, che li valuta, li espone con cura e li mette in vendita, riconoscendo al proprietario una parte del ricavato quando l’articolo trova un nuovo acquirente. Per chi porta i propri articoli è un modo semplice di dare loro una seconda vita: alla valutazione, all’esposizione e alla vendita pensa il negozio. È un modello che mette in relazione due figure, chi vende e chi compra, che spesso sono la stessa persona in momenti diversi della vita: chi porta a vendere ciò che non usa più torna ad acquistare quando ne ha bisogno, e questo scambio tiene vivo il negozio.
Dentro la secondhand economy convivono poi due dimensioni. C’è l’usato standard, fatto di articoli comuni rimessi in circolo su larga scala, sempre più gestito anche dalle grandi aziende con programmi di rivendita e piattaforme dedicate. E c’è l’usato dei pezzi unici, selezionato e valorizzato dai negozi e dagli operatori specializzati, dove il valore sta nella scelta, nella qualità e nella storia del singolo articolo, che si tratti di un mobile, di un capo o di un gioco per bambini. È su questa seconda dimensione, fatta di selezione, garanzia e fiducia, che il negozio professionale costruisce la propria proposta.
Le forme della secondhand economy
La secondhand economy non è un blocco unico: assume forme diverse, ognuna con le sue dinamiche e i suoi protagonisti. Conoscerle una per una aiuta a capire dove si concentra il valore e dove si gioca il futuro del settore.
C’è prima di tutto la dimensione dei dati e del mercato, quella che misura quanto vale il fenomeno, quante persone coinvolge, in quali categorie e con quale frequenza. È la base di ogni ragionamento serio sull’usato, e la approfondiamo nell’analisi sui dati del mercato dell’usato in Italia.
C’è poi la dimensione industriale, il recommerce, in cui grandi marchi e piattaforme trasformano la rivendita dell’usato in un modello d’impresa strutturato, fatto di logistica, tecnologia e garanzia. È la parte più nuova e in più rapida evoluzione del settore, dalla permuta dei prodotti usati alla rigenerazione dell’elettronica.
C’è il sistema moda, il cuore della seconda mano. L’abbigliamento è la categoria che più di ogni altra ha portato l’usato nella vita quotidiana e si è imposto come una vera alternativa al fast fashion. Lo raccontiamo nella panoramica sulla moda di seconda mano.
C’è la filiera del tessile e la sua dimensione internazionale, fatta di raccolta, selezione ed esportazione degli abiti usati. È un sistema complesso, con risvolti delicati e regole in evoluzione, che ricostruiamo nella geopolitica degli abiti usati.
E ci sono le regole, le politiche e la normativa che governano il riuso, dalla gerarchia europea dei rifiuti alla responsabilità estesa del produttore. Orientano il presente e il futuro del settore e meritano un capitolo a sé.
Ognuna di queste forme ha il suo approfondimento dedicato, e questa pagina è il filo che le tiene insieme.
Dove sta andando la secondhand economy
Tutti i segnali indicano che la secondhand economy continuerà a crescere e, soprattutto, a strutturarsi. L’usato sta passando da fenomeno di consumo a settore economico vero e proprio, con filiere organizzate, professioni riconosciute e regole sempre più definite. Le aziende, anche le più grandi, ne fanno una parte stabile delle loro strategie; le istituzioni lo inquadrano e lo incentivano, premiando il riuso rispetto allo smaltimento; gli operatori professionali alzano il livello di servizio e di garanzia. La tecnologia, intanto, rende ogni anno più semplice valutare, vendere e acquistare. Per chi compra e per chi vende tutto questo significa più scelta, più fiducia e più trasparenza. Per chi lavora nel settore significa un mercato più maturo, in cui competenza, selezione e qualità fanno la differenza più di prima.
Il ruolo di chi fa secondhand professionale
Dentro questo quadro, chi fa secondhand di mestiere ha un ruolo preciso: trasformare il riuso da gesto individuale a servizio organizzato, fatto di selezione, garanzia e relazione. È la logica per cui un articolo usato non è un prodotto di serie B: allo stesso prezzo di un nuovo di scarsa qualità si può avere un usato di qualità migliore. Leotron lavora in questo settore da oltre trentacinque anni, con una rete di negozi in conto vendita affiliati che operano con i marchi Mercatopoli per l’usato multispecialista, BABYBAZAR per l’infanzia e Riclò per la moda femminile. È da questa esperienza che nasce il ruolo di guida della secondhand economy: accompagnare persone e imprese a coglierne il valore, con competenza e visione di lungo periodo.
La secondhand economy non è una moda passeggera, ma una componente ormai strutturale dell’economia e della cultura del Paese, capace di unire convenienza, sostenibilità e relazione. Capirla a fondo, nei suoi numeri, nelle sue forme e nel suo perché, è il primo passo per parteciparvi con consapevolezza, da chi compra, da chi vende o da chi vi costruisce un’impresa. È il mondo che conosciamo e raccontiamo ogni giorno, con la voce di chi lo pratica.
Leotron è la guida della secondhand economy. Uniamo consulenza, servizi e formazione per chi vuole aprire e gestire un negozio dell’usato e per le aziende che scelgono il riuso.
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