Gli autodemolitori, o “sfasciacarrozze” come li chiama il linguaggio comune, vivono in buona parte di riutilizzo. Rivendono al peso metalli e materie da riciclare, e il commercio di ricambi è una quota sostanziale del loro fatturato. Oggi il loro settore entra in una stagione nuova: l’Unione europea ha appena approvato il Regolamento sulla progettazione circolare dei veicoli e sulla gestione dei veicoli fuori uso. È una storia che riguarda da vicino il riuso professionale, ed è il motivo per cui la racconto qui.
Questi imprenditori, al pari dei loro “cugini” che operano negli altri settori della seconda mano, e a dispetto dei cliché che li associano all’informalità, sono da tempo avviati sulla strada della formalizzazione e del management avanzato. Nel loro caso il percorso è più rapido, perché la spinta normativa lascia poco spazio all’approssimazione. Già ventisei anni fa la direttiva 2000/53/CE sui veicoli fuori uso ha imposto il ritiro gratuito dei mezzi a fine vita, obiettivi minimi di reimpiego, riciclaggio e recupero e standard di tracciabilità e sicurezza. Una svolta importante, destinata però a impallidire davanti a quella che arriva adesso.
Il 18 giugno il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva il nuovo Regolamento su progettazione circolare dei veicoli e gestione dei veicoli fuori uso, e il 29 giugno il Consiglio ha completato l’adozione formale. Il testo attende ora la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione, da cui abrogherà sia la direttiva del 2000 sia la direttiva 2005/64/CE sull’omologazione dei veicoli in relazione alla loro riutilizzabilità. Essendo un Regolamento e non una direttiva, si applicherà direttamente in tutti gli Stati membri, con applicazione piena ventiquattro mesi dopo l’entrata in vigore per automobili e mezzi leggeri e un’estensione progressiva a motocicli, autocarri e altri veicoli.
Cosa prevede il Regolamento sui veicoli fuori uso
Per gli autodemolitori, che il Regolamento chiama impianti di trattamento autorizzati (ATF), i regimi autorizzativi restano quelli di oggi. Cambia invece, e parecchio, il modo di lavorare i veicoli prima di avviarli a frantumazione. Prima di frantumare o comprimere un veicolo bonificato dai fluidi, l’impianto dovrà rimuovere in modo non distruttivo un elenco di parti e componenti ad alto potenziale di riutilizzo, rigenerazione e rimanifattura. Il verbo del Regolamento è dovere.

La deroga esiste e va motivata: occorre dimostrare che lo smontaggio manuale comporta costi sproporzionati rispetto ai ricavi attesi. Ogni pezzo rimosso va poi valutato, etichettato e protetto per il trasporto secondo criteri precisi. È l’istituzionalizzazione di ciò che i migliori autodemolitori italiani fanno da anni per mestiere: smontare con metodo. La novità è che ora tutto va registrato e rendicontato.
Qui sta la differenza più profonda: gli obiettivi diventano misurabili e vincolanti. I sistemi di gestione dovranno garantire, attraverso gli impianti di trattamento, il riutilizzo e riciclo di almeno l’85% del peso del veicolo e un recupero complessivo di almeno il 95%, e ogni Stato membro fisserà sanzioni effettive, proporzionate e dissuasive per le violazioni. Chi opera nel sistema è chiamato a lavorare con metodo e a rispondere dei risultati. Per il mondo del riutilizzo, cresciuto finora soprattutto per iniziativa dei suoi imprenditori, è un salto culturale: il riuso smette di essere un auspicio e diventa un obiettivo di legge.
Il passaporto digitale e la regia dei produttori
Il Regolamento guarda anche a monte: le plastiche dei nuovi veicoli dovranno contenere almeno il 15% di plastica riciclata entro sei anni e il 25% entro dieci, con almeno il 20% di quella quota proveniente dal circuito chiuso dei veicoli fuori uso. Sei anni dopo l’entrata in vigore arriva il passaporto digitale di circolarità del veicolo, che accompagnerà il mezzo anche nelle fasi post-consumo e metterà a disposizione di chi lo smonta informazioni su componenti, smontaggio e sostituzione. La Commissione europea prepara strumenti analoghi per tessili, mobili, elettrodomestici e materassi. Riutilizzo e riparazione entrano a pieno titolo nel management industriale.
A organizzare e finanziare le filiere saranno le case automobilistiche, attraverso regimi di responsabilità estesa del produttore, individuali o collettivi, che copriranno la raccolta gratuita e il trattamento dei veicoli a fine vita. Gli impianti di trattamento lavoreranno dentro queste regole, con un dialogo strutturato tra produttori e operatori attraverso le rispettive associazioni.
Perché racconto tutto questo a chi lavora nel secondhand? Perché la visione circolare europea procede filiera per filiera, con declinazioni diverse ma con la stessa logica: prima l’ecodesign e il diritto alla riparazione, ora i veicoli, domani i tessili, i mobili, gli elettrodomestici. Ne trovi il quadro nell’articolo Normativa europea del riuso: cosa cambia per il secondhand. La direzione premia chi già oggi lavora con standard, tracciabilità e processi ordinati, ed è la stessa strada che raccontiamo in Gestire un negozio dell’usato. Il futuro appartiene a chi si attrezza, a chi ha visione, a chi sa aggiornarsi. La direzione di marcia è tracciata. Lo scenario arriva, passo dopo passo, anche per noi.
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