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Il mercato dell’usato nel mondo: tre modelli a confronto

Team marketing Leotron

29 Aprile 2026

Chi lavora nell’usato prima o poi si chiede come vada altrove. La domanda nasce spesso davanti a un articolo di giornale che racconta i negozi dell’usato britannici o le esperienze francesi di riuso, e che sembra descrivere un mestiere vicino al proprio. Poi si guarda meglio e i conti non tornano: quei negozi ricevono la merce in dono, quelli lavorano con contributi pubblici, il nostro incassa una provvigione su una vendita.

Un confronto fatto sui numeri, in questo campo, non porta lontano. Ogni paese misura una cosa diversa, con perimetri che non si sommano: chi conta le tonnellate di abiti donati, chi il valore delle transazioni, chi le persone impiegate nelle strutture sociali. Un confronto fatto sui modelli invece funziona, perché spiega perché quei numeri sono così diversi e che cosa quel modello permette a chi ci lavora dentro.

Regno Unito: il riuso passa dalla donazione

Il modello britannico si regge sui negozi delle organizzazioni benefiche. Le persone portano abiti, libri e articoli per la casa e li donano, senza aspettarsi nulla in cambio. Il negozio li seleziona, li espone e li vende, e il ricavato finanzia le attività dell’ente proprietario, dalla ricerca medica ai servizi sociali. Il personale mescola una minoranza di dipendenti e una maggioranza di volontari, e il quadro fiscale prevede agevolazioni pensate proprio per questo tipo di attività.

La sua diffusione è capillare, con migliaia di punti vendita distribuiti nelle vie commerciali delle città, tanto che nel dibattito pubblico britannico si discute se la loro presenza sia una risorsa per il centro urbano o una concorrenza agevolata verso gli altri negozi. Sul piano ambientale il settore rappresenta la principale infrastruttura di riuso tessile del paese.

Il limite di questo modello è a monte, sulla merce. Chi dona non ha alcun motivo di selezionare, e i negozi ricevono flussi che superano la capacità di lavorazione. La ricerca accademica sul settore documenta il risultato: una parte dei beni potenzialmente riutilizzabili finisce comunque scartata, perché selezionare e preparare richiede tempo e spazio che il negozio non ha. Il volontariato che rende sostenibile il modello ne è anche il collo di bottiglia.

Europa continentale: il riuso è anche inserimento lavorativo

Nella maggior parte dei paesi continentali il riuso strutturato passa dalle imprese sociali. Raccolgono beni usati dalle famiglie, dai centri comunali e dagli sgomberi, li riparano e li rimettono in vendita in punti vendita propri. La rete europea che le riunisce dichiara volumi rilevanti di beni intercettati ogni anno.

La differenza rispetto al modello britannico sta nella funzione. Queste imprese assumono e formano persone in difficoltà occupazionale, quindi il riuso è insieme servizio ambientale e strumento di politica sociale. Per questo il modello riceve sostegno pubblico, sotto forma di convenzioni con i comuni, affidamenti di servizio e programmi di inserimento: il finanziamento paga un lavoro sociale che l’attività commerciale da sola non coprirebbe.

Momento di cura e gestione degli arredi all'interno di un negozio di seconda mano

In Francia questo assetto si è consolidato attorno alle strutture di raccolta e rivendita legate al servizio pubblico di gestione dei rifiuti, con un ruolo di indirizzo dell’agenzia ambientale nazionale. Il rapporto con l’ente pubblico rende il modello stabile dove le convenzioni tengono, e fragile dove cambiano gli orientamenti dell’amministrazione locale.

Italia: il riuso è un’attività d’impresa

Il modello italiano dell’usato in conto vendita funziona in modo diverso da entrambi. Chi porta gli articoli resta il loro proprietario fino alla vendita, firma un mandato che affida al negozio il compito di venderli, e riceve la sua parte quando la vendita avviene. Il negozio guadagna una provvigione sul venduto e vive di quella.

Da questa struttura discendono tre conseguenze pratiche. La prima riguarda la qualità della merce: chi porta un articolo ha un interesse diretto a portarlo pulito, completo e funzionante, perché da quello dipende il suo incasso. La selezione comincia quindi a casa del cliente, prima ancora del carico, e il negozio lavora su un flusso già filtrato. La seconda riguarda l’assortimento, che si adatta al territorio senza che nessuno lo decida a tavolino: un negozio raccoglie quello che il suo quartiere possiede e cerca quello che il suo quartiere compra.

La terza è che ogni negozio è un’impresa autonoma. Ha un titolare che ha investito, collaboratori assunti, un affitto e dei fornitori, e si mantiene con i ricavi delle vendite. Questo rende il modello esigente, perché un negozio che non lavora bene chiude, e allo stesso tempo lo rende replicabile: nessuna delle sue condizioni di funzionamento dipende da una convenzione pubblica o dalla disponibilità di volontari. Dove c’è un imprenditore capace e un bacino di clienti, il modello sta in piedi.

C’è poi un tratto che il conto vendita condivide con pochi altri modelli: chi vende e chi compra sono spesso la stessa persona in momenti diversi. Una famiglia porta gli articoli che non usa più e con quel ricavato acquista quello che le serve, dentro lo stesso negozio. Nei modelli fondati sulla donazione questa circolarità si spezza, perché chi dona esce senza nulla e chi compra entra senza aver portato niente. Nel conto vendita il negozio tiene insieme i due lati e costruisce una relazione che dura anni.

Il conto vendita produce inoltre lavoro dove opera, perché l’attività di selezione, valutazione, esposizione e assistenza al cliente si fa in negozio, di persona, e non si comprime oltre un certo limite. Il confronto con le altre esperienze europee mostra la stessa cosa da angolazioni diverse: il riuso, in qualunque forma si organizzi, è un mestiere ad alta intensità di lavoro.

Le piattaforme online sono un canale, non un modello

Nel confronto fra paesi entra sempre il commercio online fra privati, che in Europa ha raggiunto dimensioni molto grandi. Vale la pena tenerlo separato, perché non è un modello di negozio: è un canale che mette in contatto due persone e lascia a loro la valutazione, la fotografia, la trattativa, la spedizione e la gestione dei problemi.

Su questo l’agenzia ambientale francese ha pubblicato due osservazioni che meritano attenzione. La prima è che l’acquisto di usato non sostituisce automaticamente quello di nuovo, e in una quota rilevante dei casi si aggiunge, aumentando il consumo complessivo invece di ridurlo. La seconda è che la rivendita online tende a prendere il posto di pratiche non commerciali già consolidate, come il dono a conoscenti e il passaggio fra familiari.

La distanza pratica fra i due canali si vede nel lavoro che qualcuno deve comunque fare. Valutare se un articolo è vendibile e a quale prezzo, verificarne il funzionamento, presentarlo in modo che un’altra persona lo scelga, gestire un reclamo. Su una piattaforma questo lavoro ricade sul privato che vende, che lo fa quando ha tempo e con i mezzi che ha. In negozio lo fa chi ci lavora tutti i giorni, e questo spiega perché a parità di articolo i due canali producono risultati diversi, sia in termini di prezzo sia di probabilità che l’articolo trovi davvero un nuovo utilizzatore.

Sono osservazioni scomode anche per chi lavora nel settore, e proprio per questo utili: dicono che il risultato ambientale dipende da come il riuso si organizza, non dalla sola parola usato. Il rapporto fra vendita online e vendita in negozio sul mercato italiano è approfondito in Online o in negozio: dove si vende l’usato oggi.

Il modello italiano è l’unico misurabile

C’è una conseguenza del conto vendita che nel confronto internazionale pesa più di quanto sembri. Ogni articolo che entra in un negozio della rete viene registrato, associato al suo proprietario, esposto con un prezzo e infine venduto o restituito. Tutto questo passa da un gestionale, perché la provvigione va calcolata e il cliente va liquidato.

Il risultato è che il conto terzi è l’unico segmento del settore dell’usato con transazioni tracciate. Su questa base ISPRA ha certificato che il comparto rimette in circolo 232.000 tonnellate di beni ogni anno, un dato che è stato portato in sede europea e che oggi nessun decisore può ignorare. Gli altri modelli si stimano contando le donazioni ricevute o le tonnellate raccolte, con margini di approssimazione molto più ampi.

Chi manda avanti un negozio, quando registra un carico, sta facendo due cose insieme. Sta gestendo la sua attività e sta producendo il dato che rende il settore difendibile davanti a chi scrive le norme. Il percorso che ha portato al codice di attività dedicato è raccontato in Nuovo ATECO per l’usato conto terzi: come ci si è arrivati, e il quadro generale del settore in Italia sta in Il mercato dell’usato in Italia: dati e tendenze.

Nessuno dei tre modelli è migliore in assoluto, perché ciascuno risponde a un contesto e a una storia. Il modello britannico intercetta volumi enormi grazie alla cultura della donazione, quello continentale unisce riuso e inclusione lavorativa, quello italiano trasforma il riuso in un mestiere che si regge da solo e lascia una traccia contabile di ogni articolo. Chi apre un negozio dell’usato in Italia lavora dentro il terzo, e vale la pena sapere che è anche il più solido sul piano dei numeri, perché quando arriva il momento di discutere una regola, i numeri sono l’unica cosa che entra nella stanza. Il quadro d’insieme del settore e delle sue definizioni sta in Secondhand economy: cos’è e perché conta.

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