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Il riuso africano si riorganizza: filiera e tracciabilità

Redazione Leotron

5 Giugno 2026

il riuso africano si riorganizza

Per anni il continente africano è stato raccontato come il capolinea degli abiti usati europei, una discarica a cielo aperto per ciò che l’Occidente non vuole più. È un’immagine potente, che ha alimentato inchieste e documentari. Oggi però la filiera del riuso africana risponde, e lo fa nel modo più solido: con dati propri, tracciabilità e standard condivisi. La svolta è arrivata da un convegno internazionale ad Accra, in Ghana, dove operatori, associazioni e ricercatori hanno iniziato a riscrivere la narrazione a partire dai numeri veri.

Ad Accra si concentra Kantamanto, il più grande mercato di abiti usati del mondo, dove ogni settimana arrivano milioni di capi da Europa, America e Asia. Attorno a questo mercato è cresciuta una filiera che dà lavoro a decine di migliaia di persone, tra selezionatori, riparatori, commercianti e trasportatori. È un’economia reale, radicata, che il racconto della discarica ha spesso cancellato.

Il dato che tutti citano, e che nessuno aveva verificato

Per capire come è cambiato il dibattito, conviene partire dalla cifra più ripetuta: il 40% degli abiti che arrivano a Kantamanto finirebbe subito in discarica come rifiuto. È un numero che ha fatto il giro del mondo, citato in articoli, report e prese di posizione politiche. Il problema è la sua origine.

Come ha ricostruito Lavinia Fernandes, ricercatrice che ha studiato la filiera sul campo, quel 40% nasce dall’autodichiarazione di un singolo commerciante, raccolta in un documentario. Non è il risultato di una ricerca, non poggia su un campione, non è mai stato misurato con metodo. È diventato un fatto acquisito semplicemente perché ripetuto abbastanza volte. Fernandes e altri ricercatori hanno mostrato come la quota reale di scarto sia molto più bassa, e come la maggior parte dei capi trovi effettivamente una seconda vita attraverso la vendita, la riparazione o il riadattamento.

Questo non significa negare i problemi. Una parte degli abiti arriva in condizioni pessime, e la gestione dei residui tessili resta una sfida aperta per le città africane. Significa però riportare il dibattito sul terreno dei fatti, dove le soluzioni si possono costruire, invece che su quello dello scandalo, dove si alimentano solo indignazione e paralisi.

Riuso africano si riorganizza

Dalla misurazione agli standard

La riorganizzazione passa da qui: dalla decisione di misurare. Al convegno di Accra è emersa con forza la volontà di dotare la filiera di strumenti di tracciabilità, per sapere davvero cosa entra, cosa viene rivenduto, cosa viene riparato e cosa diventa residuo. Sapere è la premessa per governare.

Su questo fronte si muove Landfills2Landmarks, l’iniziativa che ha promosso il convegno e che lavora per trasformare la gestione dei residui tessili in un’opportunità di sviluppo locale. L’idea è ambiziosa e concreta insieme: fare dei luoghi oggi associati allo scarto dei punti di riferimento per un’economia circolare africana, guidata dagli operatori del posto e non imposta dall’esterno.

Pietro Luppi, ambassador di Textile Watch Movement, ha portato ad Accra lo sguardo di chi osserva la filiera globale del riuso da anni. La sua lettura è netta: il riuso africano non è il problema, ma parte della soluzione, e la posta in gioco è la sua dignità di settore. Trattare quelle economie come discariche significa ignorare il lavoro e la competenza di chi le tiene in piedi. Riconoscerle come filiere significa dare loro gli strumenti per crescere in modo ordinato.

La stessa direzione arriva dal mondo del recupero tessile europeo. Alan Wheeler, tra le voci più autorevoli del settore britannico, ha ricordato come il mercato internazionale dell’usato regga su un equilibrio fragile, e come la qualità del capo in ingresso sia la vera leva su cui agire. Meno fast fashion in partenza significa abiti migliori lungo tutta la catena, fino ai mercati africani.

Una filiera che chiede rispetto, non pietà

Il punto di vista locale è stato rappresentato ad Accra da chi in quella filiera lavora ogni giorno. Marlvin Owusu, attivo nel commercio di abiti usati ghanese, ha spiegato come gli operatori del posto non chiedano assistenza, ma condizioni eque: regole chiare sull’import, riconoscimento del loro ruolo, accesso agli strumenti per gestire meglio i residui. È un cambio di postura importante, che sposta il racconto dalla vittima all’imprenditore.

Anche l’industria del recupero italiana segue il tema con attenzione. Mauro Chezzi, che conosce a fondo la filiera nazionale del tessile, ha collegato la vicenda africana alle dinamiche europee: la crisi di qualità del rifiuto tessile che pesa sui recuperatori del nostro continente è la stessa che, a valle, arriva fino ad Accra. È una catena unica, e va governata come tale.

Per chi lavora nella secondhand economy, la lezione di Accra è preziosa. Il futuro del riuso appartiene a chi misura, traccia e organizza, non a chi si limita a raccontare. Vale per la filiera africana e vale per la nostra: la seconda mano diventa un settore maturo quando smette di difendersi dagli slogan e inizia a rispondere con i dati. È la direzione che seguiamo anche noi, ogni giorno, con i negozi della rete.

Leotron è la guida della secondhand economy. Raccontiamo il settore, ne seguiamo l’evoluzione internazionale e normativa, e lavoriamo perché il riuso professionale sia riconosciuto per quello che è, un’economia reale. Per seguire con noi questi temi, iscriviti alla newsletter.

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