Dal 1 luglio di quest’anno, ai sensi del Regolamento (UE) 2026/382 e del Regolamento di esecuzione (UE) 2026/1200 che ne stabilisce l’attuazione, ogni pacco proveniente da un paese extracomunitario con valore dichiarato inferiore a 150 euro paga un dazio doganale fisso pari a 3 euro per categoria merceologica, cioè per voce doganale e non per singolo pezzo. Fino a ieri non si pagava nulla. Per decenni la normativa doganale europea ha riconosciuto la franchigia de minimis, pensata per la semplificazione amministrativa e per la proporzionalità dei costi di riscossione rispetto al valore esiguo delle merci. Una soglia ragionevole nell’epoca in cui un pacco di modico valore dall’Asia era un’eccezione.
L’ondata inattesa: 4,6 miliardi di pacchi in un anno
Nel 2024 sono entrati nell’Unione Europea oltre 4,6 miliardi di pacchi sotto la soglia de minimis, oltre 12 milioni al giorno, di cui il 91% provenienti dalla Cina. “Il numero di questi piccoli pacchi è raddoppiato in un anno, tra il 2023 e il 2024”, ha dichiarato Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione Europea per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, al momento di annunciare i dazi.
Dietro a questi numeri ci sono principalmente due piattaforme, Temu e Shein. Temu nel primo semestre del 2024 ha incassato 20 miliardi di dollari, cifra superiore all’intero fatturato dell’anno precedente. Shein nel 2024 avrebbe superato i 48 miliardi di dollari di fatturato, partendo dai 2,5 miliardi del 2019.
A contribuire al fenomeno, come rilevato dal Consiglio UE, è la diffusa esistenza di pratiche fraudolente finalizzate a usufruire dell’esenzione, da un lato la sottofatturazione dei pacchi, dall’altro lo spezzettamento artificiale di singoli ordini in più pacchetti di piccole dimensioni.

Produttori e recuperatori tessili in sofferenza
Le conseguenze sull’industria manifatturiera italiana sono documentate. Nei primi sei mesi del 2025, nel comparto tessile e abbigliamento, l’import dalla Cina è aumentato del 18%, con la progressiva chiusura degli esercizi commerciali multimarca nei centri urbani, riferimento per le produzioni dei piccoli brand Made in Italy. Nei primi otto mesi del 2025 la produzione di capi Made in Italy è diminuita del 6,6% sullo stesso periodo del 2024, con 11 imprese chiuse ogni giorno.
L’impatto è forte anche sul fronte dei raccoglitori e recuperatori di rifiuti tessili. Valentina Rossi, responsabile del gruppo di lavoro tessile di Assorecuperi, riferisce che la qualità del rifiuto tessile, che già da anni risentiva degli effetti del fast-fashion, è ulteriormente precipitata nell’ultimo anno. “Dieci anni fa la frazione riutilizzabile era il 60%, a volte anche di più. Poi è scesa al 50%, mettendoci in grave difficoltà. Ma negli ultimi cambi di stagione c’è stato un vero e proprio crollo, siamo ormai sotto il 40%“.
“Oltretutto, il prezzo al chilo degli abiti usati sul mercato internazionale è sceso, l’incremento della quantità del rifiuto ci costringe a spendere più soldi nel trasporto, e l’aumento della quota di residuo non recuperabile implica più costi di smaltimento, con prezzi per lo smaltimento aumentati radicalmente. Il combinato di questi fattori fa sì che oggi la vendita degli abiti usati non riesca neanche più lontanamente a garantire la copertura dei nostri costi operativi. Il servizio di raccolta differenziata del tessile è ormai possibile solo a pagamento“.
Maggiore competitività dell’usato
Anche il CEO di Leotron Alessandro Giuliani, responsabile delle tematiche EPR per Rete ONU, legge nel provvedimento un’occasione per il settore. Leotron guida un circuito di oltre cento negozi dell’usato conto terzi, distribuiti sull’intero territorio nazionale. “Se il sistema di dazi riuscisse davvero a frenare lo tsunami di fast-fashion e ultra-fast-fashion, si aprirebbe più spazio di mercato per gli operatori della seconda mano. Le merci usate competono infatti sulla stessa fascia di prezzo”.
“A parità di prezzo con gli articoli di importazione extraeuropea il nostro principale punto di forza è la qualità. L’ideale, ovviamente, sarebbe vincere sia sul prezzo sia sulla qualità”.
“Una diminuzione del consumo di beni poco durevoli ci favorirebbe anche sul piano dell’approvvigionamento. Ci sono categorie dell’usato diventate difficili da reperire, perché certi articoli a fine vita non si prestano al riutilizzo”.
“I recuperatori dei rifiuti tessili e i gestori dei negozi dell’usato non si devono aspettare che il Regolamento abbia effetti immediati”, avverte Giuliani. “I prodotti, prima di diventare rifiuti o di essere avviati ai canali della seconda mano, devono trascorrere il loro primo ciclo di consumo. Perché il settore circolare riceva eventuali benefici ci vorranno almeno due o tre anni“.
Nuovo passo nel 2028
La barriera innalzata dal Regolamento 2026/382 è transitoria. Il contributo forfettario di 3 euro per categoria merceologica rimarrà in vigore fino al 1 luglio 2028, con possibilità di proroga, e poi subentreranno i dazi ordinari. Per quella data potrebbe essere già a regime EU Customs Data Hub, la piattaforma digitale unica che, una volta attivata, renderà omogeneo il controllo dei pacchi provenienti da paesi terzi ed eviterà che il flusso si sposti dalle dogane di uno Stato membro rigido verso quelle di uno Stato meno efficace sui controlli.
Il quadro racconta una direzione chiara: le regole europee spingono verso consumi più durevoli e verso una filiera del riuso più solida. Leotron continua a seguire da vicino questa evoluzione, al fianco degli operatori del settore e delle istituzioni che lo rappresentano.