Oggi in Italia il settore dell’usato è strutturato. Ci sono negozi organizzati, operatori che ne hanno fatto una professione e un codice ATECO dedicato che lo identifica nelle statistiche ufficiali. Non è sempre stato così. Per molto tempo comprare e vendere articoli usati è stata una pratica informale, priva di un profilo professionale chiaro e di un riferimento normativo. Il riconoscimento è arrivato per tappe, lungo circa tre decenni. Vale la pena ripercorrere come è nato il mercato dell’usato professionale, perché capire da dove viene aiuta a leggere meglio dove sta andando.
Questo articolo segue il filo di quel percorso. Parte dalla formula commerciale che ha dato forma al settore, attraversa le tappe normative e associative che lo hanno fatto crescere, e arriva al riconoscimento ufficiale di oggi. È la mappa di un’evoluzione che riguarda chi vende, chi compra e chi sceglie di aprire un’attività nel riuso.

Il modello del conto vendita arriva in Italia
Il punto di svolta arriva nel 1992. In quell’anno sbarca in Italia il conto vendita, una formula commerciale già consolidata in Francia. L’aveva ideata Jean Pierre Budier, che nel 1982 ad Avignone aveva aperto un negozio dedicato alla compravendita di articoli usati e nel 1987 ne aveva avviato lo sviluppo in franchising. Il meccanismo è semplice e cambia le regole del gioco. Il negozio espone e vende articoli per conto di chi li porta, ne cura la selezione, la valutazione e la presentazione, e riconosce un compenso al proprietario quando l’articolo trova un nuovo acquirente.
È un passaggio che dà fiducia a entrambe le parti. Chi porta gli articoli si affida a un professionista che sa come valorizzarli. Chi compra trova uno spazio ordinato, con articoli scelti e a un prezzo accessibile. Da pratica occasionale, la compravendita dell’usato diventa così un’attività con un metodo, uno spazio dedicato e un servizio riconoscibile. È il primo passo verso la professionalizzazione del settore.
La formula si rivela vincente anche perché risponde a un bisogno reale. Le famiglie hanno articoli ancora validi di cui liberarsi e cercano un modo semplice per dare loro un nuovo valore. Allo stesso tempo cresce il numero di persone che preferiscono comprare usato, per scelta o per convenienza. Il conto vendita, in particolare, libera chi porta gli articoli dall’incombenza di trovare da sé un acquirente, perché di questo si occupa il negozio. Negli anni la rete dei punti vendita si allarga e il modello si afferma in molte città italiane.
I negozi si specializzano
Negli anni successivi il modello mette radici e si diffonde. Tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila nascono nuovi negozi e l’attività si articola. Accanto ai punti vendita generalisti, che trattano molte categorie di articoli, compaiono insegne dedicate a segmenti precisi, come l’abbigliamento o l’articolo per l’infanzia. Ogni formula porta con sé un’attenzione particolare, una conoscenza specifica del proprio pubblico e dei propri articoli.
Le rilevazioni delle Camere di Commercio dell’epoca registrano la crescita del numero di esercizi. I dati della Camera di Commercio di Milano relativi al periodo 2004-2009, per esempio, segnano un aumento di oltre il trenta per cento degli esercizi del settore. Sono numeri legati al loro tempo, utili a fotografare un fenomeno in espansione più che a misurare il mercato di oggi. In questi anni prende forma una figura nuova, quella dell’operatore professionale dell’usato, che unisce competenza commerciale, capacità di valutazione e attenzione al servizio. Non è più chi rivende per caso, ma chi sceglie di fare dell’usato un mestiere.
La specializzazione porta con sé una conoscenza più fine. Chi tratta abbigliamento impara a riconoscere qualità e stagionalità dei capi. Chi tratta articoli per l’infanzia conosce le esigenze delle famiglie e i criteri di sicurezza. Questa competenza diventa il valore aggiunto del negozio dell’usato, ciò che lo distingue da uno scambio occasionale. Il cliente trova un interlocutore preparato, capace di consigliare e di garantire la bontà di ciò che propone. Con il tempo questa preparazione diventa un patrimonio del settore, trasmesso e affinato di negozio in negozio.
Il riutilizzo entra nelle norme
Mentre il mercato cresce, anche l’ordinamento inizia a riconoscere il valore del riutilizzo. Nel 2010 il decreto legislativo 205, che recepisce la direttiva europea 2008/98/CE, introduce nell’ordinamento italiano l’articolo 180-bis. La norma dà dignità giuridica al riutilizzo e alla preparazione per il riutilizzo, collocandoli tra le priorità nella gestione dei materiali.
È un passaggio importante. Per la prima volta il riutilizzo non è solo una pratica commerciale, ma una categoria prevista dalle norme, con un suo posto nella scala delle azioni da preferire. L’attività dei negozi dell’usato trova così un primo aggancio istituzionale, che la collega a un disegno più ampio sulla gestione delle risorse.
Per gli operatori è anche una conferma. Il lavoro che svolgono ogni giorno, dare nuova vita ad articoli ancora utili, entra a pieno titolo in una visione condivisa a livello europeo. Il riutilizzo diventa una strada riconosciuta per usare meglio le risorse. Questo aggancio rende il settore più solido e gli dà argomenti nuovi nel confronto con le istituzioni.
Gli operatori si organizzano
Il riconoscimento normativo apre la strada all’azione collettiva. Nel 2011 gli operatori del settore si ritrovano a Torino per gli Stati Generali dell’Usato, un’occasione di confronto sullo stato e sulle prospettive dell’attività. Nello stesso anno nasce a Napoli Rete ONU, l’organizzazione nazionale degli operatori dell’usato, che riunisce realtà diverse attorno a obiettivi comuni. Prende avvio anche un lavoro di ricerca dedicato, con i primi rapporti nazionali sul riutilizzo che provano a quantificare e descrivere il fenomeno.

Tra il 2013 e il 2015 il dialogo con le istituzioni si fa più fitto. Vengono presentate proposte di legge per il riordino del settore, mentre il Programma nazionale di prevenzione dei rifiuti inserisce il riutilizzo tra le leve da sostenere. Sul tavolo arrivano anche le questioni fiscali ancora aperte, dalla tassazione legata ai rifiuti al trattamento dell’IVA per chi vende articoli usati per conto terzi. Sono nodi tecnici, ma raccontano un settore che ormai chiede regole proprie, all’altezza del ruolo che ha conquistato.
Organizzarsi serve a costruire standard comuni e una voce unica. Insieme, gli operatori possono confrontare pratiche, condividere esperienze e presentarsi alle istituzioni con proposte chiare. Il lavoro di ricerca, dal canto suo, fornisce i dati che mancavano e permette di descrivere il settore con numeri e analisi. Da somma di esperienze isolate, l’usato professionale diventa un soggetto capace di parlare di sé con autorevolezza. È un cambio di scala che pesa nelle scelte degli anni seguenti.
Il peso economico diventa visibile
Con il passare degli anni il mercato dell’usato smette di essere un fenomeno di nicchia e mostra il suo peso economico. Nel 2014 una rilevazione stima il valore del settore in circa diciotto miliardi di euro, una cifra che aiuta a far percepire la dimensione raggiunta. È un dato del suo tempo, una tappa nel percorso di misurazione del mercato.
Quel peso non è solo una cifra. Dietro c’è un cambiamento nelle abitudini di acquisto. Comprare e vendere usato diventa una scelta normale, praticata da fasce sempre più ampie di popolazione e per molte categorie di articoli. La convenienza si unisce alla voglia di dare nuova vita alle cose. Per molti italiani l’usato passa dall’essere un’eccezione a un’opzione considerata fin dall’inizio. Il settore entra così, stabilmente, nell’economia di tutti i giorni.
Oggi la fotografia è più precisa e aggiornata, e racconta un settore ancora più ampio e radicato nelle abitudini degli italiani. Per i numeri attuali, con la fonte e l’orizzonte temporale corretti, l’approfondimento giusto è l’articolo dedicato alla secondhand economy in Italia.
Un codice ATECO per un settore riconosciuto
Il riconoscimento trova un punto fermo nella classificazione delle attività economiche. Dal 1° aprile 2025 l’intermediazione nel commercio al dettaglio di articoli usati ha un codice ATECO dedicato, il 47.91.10. Può sembrare un dettaglio tecnico, ma il significato è grande.
Un codice proprio vuol dire che il settore è identificabile nelle statistiche ufficiali, distinto dalle altre forme di commercio e misurabile nel tempo. Si chiude così un percorso lungo, che parte da un’attività senza profilo e arriva a un mestiere con una sua identità riconosciuta. L’approfondimento dedicato al codice ATECO per il mercato dell’usato spiega cosa comporta sul piano pratico.
Sul piano pratico, un codice dedicato semplifica molte cose. Rende più facile descrivere l’attività, confrontarla con altre realtà e seguirne l’andamento nel tempo. Dà inoltre agli operatori una dignità formale che riflette il valore del loro lavoro. Per chi avvia un’attività, poi, significa muoversi su un terreno definito e più semplice da inquadrare. È il segno che il mercato dell’usato professionale ha raggiunto una piena maturità.
Quel percorso continua. Il settore dell’usato è oggi una realtà matura, fatta di negozi organizzati, persone competenti e regole sempre più chiare. Noi di Leotron lavoriamo dentro questo percorso con un ruolo preciso, quello di guida della secondhand economy. Mettiamo esperienza, formazione e strumenti al servizio di chi sceglie il riuso, come cliente o come imprenditore. Il cammino recente dimostra che il riuso è insieme un servizio utile, un’attività solida e una scelta di valore. Se vuoi seguire come evolve la secondhand economy, puoi iscriverti alla nostra newsletter. E se pensi di farne un’attività, trovi il percorso completo nella guida su aprire un mercatino dell’usato.