Salta al contenuto

Il riutilizzo nel Clean Industrial Deal: cosa cambia per l’usato

Pietro Luppi

5 Aprile 2026

Nel febbraio 2025 la Commissione europea ha presentato il Clean Industrial Deal, il piano con cui l’Unione prova a tenere insieme competitività industriale e transizione ambientale. Il riutilizzo compare in quelle pagine una volta sola, quasi di sfuggita. La misura che riguarda davvero chi lavora con l’usato sta però in un altro punto del testo, dove la Commissione annuncia il riesame delle regole IVA sui beni d’occasione. Da lì può passare un cambiamento concreto per il settore, e vale la pena capire a che punto è arrivato.

Cos’è il Clean Industrial Deal

Il Clean Industrial Deal è la comunicazione COM(2025) 85 del 26 febbraio 2025, rivolta al Parlamento europeo, al Consiglio e al Comitato delle Regioni. Non è una direttiva né un regolamento: è un documento di indirizzo che fissa priorità e tempi su politica energetica, domanda di prodotti a basse emissioni, investimenti pubblici e privati, economia circolare, mercati globali e partenariati internazionali.

L’impianto del testo è dichiaratamente geoeconomico, e già la prima pagina definisce la base industriale europea un caposaldo dell’identità e della competitività dell’Unione. Il ragionamento che tiene insieme ambiente ed economia è lineare: decarbonizzando l’energia, riciclando e riutilizzando, l’Europa riduce la propria dipendenza dalle materie prime che arrivano da fuori, e alzando gli standard ambientali dei prodotti immessi sul mercato costruisce insieme una politica industriale. In Europa, ormai da anni, le politiche ambientali e la politica industriale si muovono insieme, e leggere queste pagine serve a capire dove va l’Unione.

Il riutilizzo, che si fonda sull’economia della seconda mano, è parte di questo piano. Ai tavoli dove si preparano le decisioni, però, la seconda mano porta una voce più leggera di quella dell’industria, e il tema tende a essere rappresentato da chi opera nel terzo settore più che dalle imprese che del riutilizzo vivono. Il piano di indirizzo dice comunque che il riutilizzo c’è.

Dove compare il riutilizzo nel testo

Nel Clean Industrial Deal il riutilizzo è nominato una volta, nell’elenco delle azioni di circolarità, e precede il riciclaggio. L’ordine non è casuale, perché la gerarchia dei rifiuti riconosce al riutilizzo una priorità ambientale, come spieghiamo in Riutilizzo: cosa significa e come funziona. Il testo annuncia misure per incentivare il riutilizzo e il riciclaggio in alternativa al collocamento in discarica, attraverso una raccolta differenziata più efficace.

La formulazione è generica e collega il riutilizzo alla sola raccolta differenziata, cioè al flusso che passa dal sistema dei rifiuti e richiede le operazioni descritte in La preparazione per il riutilizzo e i centri di riuso. Il commercio dell’usato, che intercetta i beni prima che diventino rifiuti, resta a margine del ragionamento. È una asimmetria che il settore osserva da tempo nelle norme ambientali europee e nazionali, dove il riciclaggio occupa più spazio del riutilizzo anche quando la gerarchia dice il contrario.

La novità che riguarda il fisco: l’iniziativa Green VAT

Nel capitolo dedicato alla circolarità il piano si impegna a riesaminare le norme sul regime per i beni d’occasione contenute nella direttiva IVA, la 2006/112/CE, nell’ambito dell’iniziativa Green VAT, con l’obiettivo dichiarato di affrontare la questione dell’IVA incorporata nei prodotti di seconda mano. Per il settore è il passaggio più rilevante dell’intero documento.

La norma di oggi poggia su un principio semplice. L’articolo 36 del D.L. 41/1995, convertito dalla legge 85/1995, stabilisce che per il commercio di beni mobili usati suscettibili di reimpiego l’imposta sulla rivendita si commisura alla differenza fra il prezzo pagato dall’acquirente e quello di acquisto, aumentato delle spese di riparazione e accessorie. È il regime del margine, e serve a evitare che lo stesso valore aggiunto venga tassato due volte, una quando il bene era nuovo e una alla rivendita. Come si applica dentro un negozio lo trovi in IVA nel mercatino dell’usato: come funziona.

Pianificazione strategica con schemi di progetto e appunti su agenda

L’espressione IVA incorporata indica proprio questo: un articolo che arriva sul mercato della seconda mano porta con sé un’imposta già pagata quando era nuovo, e ogni passaggio successivo rischia di aggiungerne un’altra sullo stesso valore. Quando il bene circola fra privati la questione non si pone, perché quello scambio resta fuori dal campo IVA. Quando invece passa da un’impresa, l’imposta torna, e il regime del margine è lo strumento che dovrebbe evitare la duplicazione.

Il principio è corretto e nella pratica arriva a poche imprese. Il calcolo del margine presuppone che l’operatore acquisti pezzo per pezzo, e negli ultimi decenni l’economia dell’usato ha preso altre strade: il ritiro dei beni dentro servizi di sgombero, l’intermediazione fra privati nei negozi in conto vendita, la raccolta differenziata per gli indumenti. Il valore unitario degli articoli usati è basso, la rotazione è veloce, e la formula dell’acquisto per la rivendita regge solo su alcune categorie di beni pregiati.

A che punto siamo a metà 2026

Il calendario si è mosso rispetto agli annunci del 2025. La consultazione pubblica sul Circular Economy Act, l’atto legislativo che accompagna il piano sul fronte della circolarità, si è svolta fra il 1 agosto e il 6 novembre 2025. La proposta legislativa è ora attesa nel terzo trimestre del 2026, con applicazione graduale a partire dal 2028: chi lavora nel settore ha quindi davanti un periodo di preparazione, non una scadenza immediata.

Anche il perimetro della Green VAT si è allargato. Accanto ai beni di seconda mano e ricondizionati, il riesame considera il trattamento fiscale delle donazioni di invenduto, così da rendere la donazione più conveniente della distruzione, e l’armonizzazione fra Stati membri, oggi molto disomogenea. Restano da definire i contenuti, e la direzione è quella di semplificare il calcolo dell’imposta e di allineare il trattamento fra i paesi.

Quello che resta uguale è il lavoro quotidiano di un negozio dell’usato: le regole in vigore sono quelle di oggi e si applicano fino a quando la riforma non arriva. Il quadro europeo aggiornato, con le norme già approvate e quelle in arrivo, sta in Normativa europea del riuso: cosa cambia.

I tre nodi che il settore porta al tavolo

Perché chiedere un regime agevolato se un regime speciale esiste già? Perché fra la norma e l’economia reale del riutilizzo restano tre distanze, e la revisione europea è l’occasione per ridurle.

La classificazione delle attività. Per anni i negozi dell’usato in conto terzi hanno lavorato con un inquadramento pensato per altre attività, e un settore che non si descrive con precisione fatica a chiedere le regole che gli servono. Dal 1 aprile 2025 il conto terzi ha un codice suo, il 47.91.10, e la storia di come ci si è arrivati sta in Codici ATECO 2025: riconosciuto il commercio dell’usato. È il presupposto per sedersi al tavolo europeo con una identità riconoscibile.

Il trattamento dei beni preparati per il riutilizzo. Gli indumenti raccolti nella differenziata tessile tornano sul mercato dopo le operazioni di preparazione per il riutilizzo, e il settore segnala che a quel punto il loro trattamento fiscale segue regole diverse da quelle dei beni usati. La questione riguarderà tutte le categorie merceologiche che entreranno in questa filiera, e merita una risposta chiara nella riforma.

Il confronto con la vendita fra privati. Un negozio applica l’imposta sul margine o sulla provvigione, mentre lo scambio diretto fra privati sulle piattaforme resta fuori dal campo IVA. A parità di articolo, il canale professionale sostiene costi che l’altro non ha: selezione, sicurezza, garanzia, tracciabilità, e sempre più spesso l’integrazione con la preparazione per il riutilizzo. Sono costi che producono benefici collettivi, e un’aliquota ridotta è lo strumento con cui il fisco può riconoscerli. La strada è già stata percorsa altrove: diversi Stati membri applicano un’IVA ridotta ai servizi di riparazione di biciclette, calzature e capi di abbigliamento, una possibilità che la direttiva IVA consente e che si accompagna al quadro descritto in Ecodesign e diritto alla riparazione: cosa cambia per l’usato.

Cosa può fare adesso chi lavora con l’usato

La riforma arriverà fra qualche anno, e nel frattempo ci sono tre passi che rafforzano la posizione di un’impresa. Il primo è la correttezza dell’inquadramento: verificare che il codice attività rispecchi davvero quello che il negozio fa, perché le agevolazioni future si costruiranno su quelle classificazioni. Il secondo è la qualità della documentazione: mandati, registri e tracciabilità dei beni sono la prova dell’attività reale, e servono sia oggi sia quando le regole cambieranno. Il terzo è la partecipazione: le consultazioni europee sono aperte a imprese e organizzazioni, e le associazioni di categoria sono il canale attraverso cui una microimpresa fa arrivare la propria voce dove le decisioni si prendono.

Vale anche la pena guardare al proprio assortimento con questa lente. Le categorie merceologiche che entreranno nei sistemi di responsabilità estesa del produttore, a partire dal tessile e dall’arredo, sono quelle su cui le regole si muoveranno per prime, e un negozio che le tratta in volume ha più interesse a seguirne l’evoluzione. Chi integra il proprio lavoro con impianti di preparazione per il riutilizzo si trova poi esattamente sul confine dove la riforma dovrà fare chiarezza, quindi conviene tenere traccia dei flussi e dei documenti che li accompagnano.

La riforma dell’IVA sulla seconda mano sarà utile nella misura in cui descriverà l’economia reale del riutilizzo, che in Italia e in Europa poggia su microimprese e su imprese a conduzione familiare. Se il quadro di riferimento resta quello delle formule che vivono di sostegno pubblico, il risultato ambientale resterà più piccolo del potenziale. Noi continuiamo a portare questa posizione nei tavoli associativi, e ai negozi della rete diamo gli strumenti per farsi trovare pronti. Per seguire come si muove il dossier europeo sul riutilizzo, iscriviti alla nostra newsletter.

Vuoi aprire un negozio dell'usato? Parti dalla nostra guida gratuita, scritta da chi ne ha aperti centinaia.