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La geopolitica degli abiti usati

18 Aprile 2026

montagna di vestiti

Gli abiti usati non restano nei confini in cui vengono raccolti: viaggiano, attraversano i continenti e pesano nel commercio internazionale. Questo articolo racconta la geopolitica degli abiti usati: come funziona il commercio mondiale dell’usato, quali tensioni genera e come stanno cambiando le regole che lo governano. È pensato per chi vuole capire le dinamiche di filiera dietro la moda di seconda mano, senza cadere nelle semplificazioni che spesso accompagnano questo tema. Si collega alla panoramica sulla moda di seconda mano.

Cliente che sceglie abbigliamento in un negozio professionale di secondhand, evidenziando l'esperienza d'acquisto curata.

Per capire la geopolitica degli indumenti usati conviene partire dal mercato mondiale dell’abbigliamento nuovo. Fino all’inizio del millennio l’Accordo Multifibre permetteva ai paesi più ricchi di proteggere le proprie industrie tessili limitando le importazioni a basso prezzo; con la sua fine, l’apertura dei mercati ha messo in difficoltà le industrie tessili occidentali, ed Europa e Stati Uniti hanno risposto anche dando impulso alla raccolta e all’esportazione di abiti usati, che è cresciuta fino a diventare un comparto a sé. Da allora l’usato è diventato una merce che attraversa i confini, con un peso preciso negli equilibri commerciali.

Capire queste dinamiche aiuta a leggere senza ingenuità un settore che, dietro il gesto semplice di donare o rivendere un capo, nasconde rotte commerciali, interessi industriali e tensioni tra paesi. Non è un mondo lontano dalla vita quotidiana: ogni abito raccolto entra, in qualche misura, in questo grande sistema di flussi globali.

 

Come funziona il commercio mondiale dell’usato

Gran parte degli abiti raccolti non resta nel paese di origine. In Italia oltre il 90% di ciò che viene raccolto è esportato, verso Africa, Europa orientale e Asia, e gran parte del volume d’affari del settore dipende dalle transazioni con l’estero, a conferma di quanto questo commercio sia strutturalmente internazionale. È un mercato dominato da pochi grandi esportatori: gli Stati Uniti sono il primo, con esportazioni intorno ai 600 milioni di dollari l’anno, circa sei volte quelle italiane, seguiti da altri grandi raccoglitori europei e asiatici. Questo smonta anche un equivoco diffuso: i volumi raccolti superano di gran lunga il fabbisogno nazionale di abiti usati, e l’idea che tutto vada a sostegno di progetti locali è un mito.

Capire questo è importante per leggere correttamente la filiera. La raccolta produce quantità enormi di indumenti, molto superiori a quanto un singolo paese può riassorbire. L’esportazione, quindi, non è un’anomalia ma il funzionamento normale del sistema: ciò che non trova mercato in patria viene avviato altrove, dove esiste una domanda. È un commercio vero e proprio, con prezzi, intermediari e rotte consolidate, che muove valore e che va distinto dalle iniziative di solidarietà, con cui spesso viene confuso.

Risorsa o problema?

Il commercio internazionale dell’usato è insieme opportunità e rischio. Da un lato dà reddito e accesso a vestiti a basso costo in molti paesi. Dall’altro genera tensioni: diversi paesi applicano moratorie all’importazione per proteggere le industrie locali, e dove ciò accade gli abiti continuano ad arrivare di contrabbando, segno di una domanda che le moratorie non spengono; la Cina stessa nel 2019 ha adottato una tolleranza zero verso queste importazioni. C’è poi il lato più duro, quello degli smaltimenti illeciti: ad Accra, in Ghana, una quota tra il 40 e il 50% delle balle importate è di fatto spazzatura, con circa 160 tonnellate al giorno abbandonate, una pressione enorme su una sola città, e casi analoghi riguardano il deserto di Atacama in Cile e il polo di Panipat in India. L’incendio del mercato di Kantamanto, ad Accra, il 1° gennaio 2025, ha riportato il tema all’attenzione internazionale.

Questi due volti convivono e non si annullano a vicenda. In molti paesi l’usato importato dà accesso a vestiti a basso costo e sostiene un’economia fatta di commercianti, sarti e riparatori, con un indotto reale di lavoro. Allo stesso tempo, dove arrivano balle di qualità troppo bassa, una parte del contenuto non è vendibile e diventa subito un problema di smaltimento per comunità che non hanno gli strumenti per gestirlo. Tenere insieme questi due aspetti, senza ridurre tutto a una sola immagine, è il primo passo per capire davvero il fenomeno.

Mercato all'aperto di vestiti e abbigliamento usato in Africa

Evitare le generalizzazioni

Davanti a questi fatti serve equilibrio. Il problema non si risolve demonizzando in blocco le filiere extraeuropee: la dinamica reale è che operatori disonesti, davanti a costi di smaltimento sempre più alti in Europa, infilano rifiuti tessili irrecuperabili nei lotti destinati al riutilizzo, delegando lo smaltimento illecito ai paesi di destinazione. A questo si somma il calo di qualità causato dal fast fashion, che riduce la parte realmente riutilizzabile. Generalizzare rischia anche di favorire indirettamente il riciclo chimico, che ha un impatto ambientale più alto rispetto al riutilizzo diretto del capo. Le reti di riutilizzo, dove funzionano bene, vanno sostenute e rafforzate, non smantellate per colpa di chi abusa del sistema.

La distinzione che conta è tra riuso e smaltimento mascherato. Una filiera sana seleziona i capi, esporta ciò che è davvero riutilizzabile e gestisce il resto in modo corretto. Una filiera distorta, invece, scarica il problema a valle, infilando rifiuti nei lotti destinati al riuso. Colpire la seconda senza danneggiare la prima è la sfida di chi scrive le regole, ed è anche il motivo per cui le generalizzazioni fanno male: rischiano di penalizzare proprio gli operatori virtuosi, che fanno la cosa giusta, insieme a quelli scorretti.

Verso nuove regole

Il quadro sta cambiando proprio su questo punto. La revisione della direttiva quadro europea sui rifiuti, in vigore da ottobre 2025, introduce la responsabilità estesa del produttore per il tessile e impone la selezione dei capi prima dell’esportazione. I capi non selezionati o non idonei al riutilizzo sono trattati come rifiuto, e dal 2027 il regolamento europeo sulle spedizioni limita l’esportazione di rifiuti tessili verso paesi che non garantiscono una gestione ambientalmente corretta. Anche la Convenzione di Basilea ha avviato nel 2025 un lavoro sul movimento transfrontaliero dei rifiuti tessili. Sono regole pensate per colpire proprio lo smaltimento mascherato da riuso. Il dettaglio normativo lo approfondiremo negli articoli dedicati alle politiche e alla normativa del riuso.

Il filo comune di queste norme è chiaro: distinguere il riuso vero dallo smaltimento mascherato e responsabilizzare chi immette i prodotti sul mercato. Imporre la selezione prima dell’esportazione significa fermare alla fonte le balle di scarsa qualità, mentre i limiti alle spedizioni di rifiuti puntano a evitare che il problema venga semplicemente spostato altrove. Sono interventi recenti e ancora in fase di attuazione, ma indicano una direzione: rendere la filiera più trasparente e tracciabile, premiando chi lavora bene.

Cosa significa per chi fa secondhand professionale

Per il negozio dell’usato professionale queste dinamiche sembrano lontane, e in buona parte lo sono. Il conto vendita lavora su capi selezionati, di qualità, spesso unici, valutati uno a uno e venduti localmente: un mondo diverso dall’esportazione di balle all’ingrosso. Conoscere la geopolitica dell’usato, però, aiuta a capire da dove vengono le oscillazioni di prezzo lungo la filiera e perché il modello fondato su selezione, qualità e vendita di prossimità si conferma il più solido, il più virtuoso e il meno esposto a questi rischi. È la stessa logica dei pezzi unici contro l’usato standard: dove c’è selezione e relazione, il valore resta e il rischio ambientale si riduce.

C’è anche un valore di consapevolezza. Un operatore che conosce queste dinamiche sa raccontare meglio il proprio lavoro e distinguerlo da ciò che, nell’immaginario comune, viene associato all’usato esportato all’ingrosso. Il negozio in conto vendita rappresenta l’estremità più virtuosa della filiera: capi scelti uno a uno, valorizzati e venduti vicino a casa, che restano in uso nella stessa comunità. È il modello che tiene il riuso sul binario giusto, lontano dagli sprechi che le rotte globali a volte nascondono.

Le nuove regole, se ben applicate, possono cambiare gli equilibri della filiera. Premiare la selezione e la tracciabilità significa spostare valore verso chi lavora bene e ridurre lo spazio per chi scarica i propri rifiuti altrove. È un processo lungo, che richiederà controlli efficaci e collaborazione tra paesi, ma la direzione è quella di un commercio dell’usato più pulito e responsabile. Per il settore del riuso virtuoso, è una prospettiva incoraggiante.

La geopolitica degli abiti usati racconta un mercato globale complesso, fatto di flussi enormi, tensioni commerciali e nuove regole che provano a metterlo in ordine. Leggerlo senza semplificazioni è il modo giusto per capirlo, e per valorizzare il ruolo di chi, selezionando e rivendendo localmente, tiene il riuso sul binario virtuoso, lontano dagli sprechi. È il lavoro di chi opera nel secondhand con competenza, attenzione e rispetto per l’intera filiera.

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