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Ecodesign e diritto alla riparazione: cosa cambia per l’usato

16 Aprile 2026

Due strumenti europei stanno spingendo i prodotti a durare di più e a essere più facili da riparare: il regolamento sull’ecodesign e la direttiva sul diritto alla riparazione. Per chi opera nel secondhand è una direzione particolarmente favorevole, perché un prodotto pensato per durare e per essere riparato è anche un prodotto adatto a una seconda vita. Questo articolo spiega le due norme, il passaporto digitale di prodotto e il divieto di distruzione dell’invenduto, e il loro senso pratico per il settore. Si inserisce nel quadro della normativa europea del riuso e ne approfondisce un tassello.

Scannerizzazione di un codice QR su un pacco, a rappresentare il passaporto digitale di prodotto e la trasparenza informativa nel settore tessile.

Il regolamento ecodesign per i prodotti sostenibili

Il Regolamento (UE) 2024/1781, in vigore dal 18 luglio 2024, fissa le regole per rendere i prodotti venduti nell’Unione più durevoli, riparabili, riciclabili e trasparenti lungo tutto il loro ciclo di vita. Sostituisce la precedente direttiva sull’ecodesign, che riguardava soprattutto i prodotti legati all’energia come elettrodomestici e apparecchi, ed estende le regole a quasi tutti i prodotti immessi sul mercato, tessile compreso. È una norma quadro: i requisiti di dettaglio per ogni categoria di prodotto arrivano con provvedimenti successivi, definiti gradualmente, e per il tessile sono attesi nei prossimi anni. La direzione però è chiara: progettare pensando alla durata e alla riparazione invece che all’usa e getta.

È un cambiamento di filosofia oltre che di regole. Per decenni la progettazione ha puntato soprattutto sul costo e sulle prestazioni, lasciando in secondo piano cosa accade al prodotto a fine vita. L’ecodesign mette la durabilità, la riparabilità e la riciclabilità tra i criteri di partenza, già sul tavolo di chi disegna un prodotto. Significa, nel tempo, avere sul mercato beni che si rompono meno, si riparano più facilmente e si prestano meglio a una seconda vita, esattamente le caratteristiche su cui si fonda il riuso.

Il passaporto digitale di prodotto

Tra le novità più rilevanti c’è il passaporto digitale di prodotto. È una scheda elettronica, accessibile tramite un codice come il QR stampato sul prodotto o sull’etichetta, che raccoglie le informazioni utili lungo tutta la vita di un prodotto: i materiali di cui è fatto, le istruzioni per ripararlo, le indicazioni per il riciclo e i dati sull’impatto ambientale. È pensato per accompagnare il prodotto nel tempo, restando disponibile a ogni nuovo proprietario. Per il tessile le regole di dettaglio sono attese verso il 2027, e l’Unione sta costruendo il registro che raccoglierà queste schede, così da renderle consultabili in modo uniforme in tutti gli Stati membri. Per il riuso è uno strumento interessante: rende disponibili informazioni su materiali e riparabilità che oggi spesso mancano, e che possono aiutare a valorizzare un articolo quando torna sul mercato.

Si pensi a cosa significa per chi rivende. Conoscere con certezza la composizione di un capo, sapere se e come si può riparare, avere le indicazioni per la cura corretta sono informazioni che oggi spesso si perdono al primo passaggio di proprietà. Il passaporto digitale le rende permanenti e accessibili a chiunque, anche al secondo o terzo proprietario. Per un negozio dell’usato è la possibilità di descrivere meglio ciò che vende e di dare al cliente una garanzia di trasparenza in più, un valore aggiunto che oggi richiede competenza ed esperienza per essere ricostruito a mano.

Il divieto di distruzione dell’invenduto

Il regolamento introduce anche il divieto di distruggere i capi di abbigliamento e le calzature rimasti invenduti. Il divieto si applica alle grandi imprese dal 19 luglio 2026, con tempi più lunghi per le piccole e medie imprese, così da dare a tutti il tempo di adeguarsi. È una misura che spinge a destinare i prodotti ancora buoni al riuso e alla donazione invece che al macero, e che riconosce un valore a ciò che fino a ieri, in molti casi, veniva semplicemente eliminato per ragioni di costo o di gestione del magazzino. Per la filiera del secondhand è un segnale importante, perché aumenta l’attenzione verso i canali che danno una seconda vita ai prodotti.

Il divieto nasce da una constatazione semplice: distruggere prodotti nuovi e ancora utili è uno spreco difficile da giustificare. Fino a ieri, per molte aziende, eliminare l’invenduto costava meno che gestirlo, immagazzinarlo o rivenderlo. La norma ribalta questo calcolo e spinge a trovare una destinazione utile a ciò che non si è venduto, dalla rivendita alla donazione. È un principio che parla la stessa lingua del riuso: ciò che è ancora buono non si butta, si rimette in circolo.

Mani che ripiegano con cura un capo di abbigliamento, simbolo della cultura della riparazione e della valorizzazione dei prodotti di seconda mano.

Il diritto alla riparazione

Accanto all’ecodesign, l’Europa ha adottato la Direttiva (UE) 2024/1799 sul diritto alla riparazione, in vigore dal 30 luglio 2024 e da applicare negli Stati membri entro il 31 luglio 2026. Introduce per i consumatori il diritto di far riparare alcuni prodotti anche dopo la scadenza della garanzia, prevede un’estensione di dodici mesi della garanzia quando si sceglie la riparazione invece della sostituzione, e istituisce una piattaforma europea che mette in contatto chi cerca un riparatore con chi offre il servizio. In questa fase riguarda soprattutto elettrodomestici ed elettronica, le categorie dove la riparazione è più frequente e tecnicamente definita, e si allarga man mano che arrivano nuove regole di ecodesign per altri prodotti. In Italia il recepimento è in corso, all’interno della legge di delegazione europea, e definirà i dettagli applicativi nei prossimi mesi. Il principio di fondo è chiaro: riparare invece di sostituire allunga la vita dei prodotti.

Il diritto alla riparazione non cambia solo le regole, ma anche la cultura del consumo. Per anni l’idea dominante è stata che riparare costasse troppo o non valesse la pena, e che fosse più semplice ricomprare. Rendere la riparazione un diritto, con strumenti concreti come la piattaforma europea dei riparatori e l’estensione della garanzia, sposta l’abitudine verso la cura degli oggetti. È un cambiamento che lavora a favore del riuso, perché chi è disposto a riparare un bene è anche più disposto a comprarne uno di seconda mano, e a vendere ciò che non usa più invece di gettarlo.

Cosa cambia per chi opera nel secondhand

Anche in questo caso gli obblighi pratici ricadono sui produttori e sui venditori del nuovo, non sul negozio dell’usato. Ma la direzione tracciata da queste norme è chiaramente favorevole a chi lavora sul riuso. Prodotti progettati per durare e per essere riparati restano in buone condizioni più a lungo e si prestano meglio a una seconda vita, a tutto vantaggio di chi li rimette in circolo. La cultura della riparazione, sostenuta dal diritto alla riparazione, rafforza l’abitudine a prendersi cura degli oggetti invece di sostituirli, e questa abitudine è la stessa che porta le persone a scegliere l’usato. Chi ripara un oggetto gli riconosce un valore che va oltre il prezzo, e chi pensa così è anche un cliente naturale della seconda mano. Il passaporto digitale di prodotto, quando sarà pienamente operativo, potrà fornire informazioni utili anche a chi rivende, semplificando la valutazione e la descrizione degli articoli di seconda mano. Il negozio secondhand professionale è già oggi il luogo dove gli articoli ancora buoni trovano un nuovo proprietario, e queste regole rendono il contesto in cui opera ancora più favorevole.

Vale la pena leggere queste norme insieme, perché spingono nella stessa direzione. L’ecodesign progetta prodotti migliori, il passaporto digitale li rende trasparenti, il divieto di distruzione salva l’invenduto, il diritto alla riparazione allunga la vita di ciò che già esiste. Sono tessere di un disegno comune, quello dell’economia circolare, in cui tenere i beni in uso il più a lungo possibile diventa la regola e non l’eccezione. Per chi opera nel secondhand, è il riconoscimento che il proprio mestiere è in sintonia con la direzione che l’intera Europa sta prendendo.

Va aggiunto che il negozio dell’usato non aspetta passivamente questi cambiamenti, ma è già parte della soluzione. Ogni giorno fa ciò che le norme incoraggiano: tiene in uso prodotti ancora buoni, evita sprechi e dà valore a ciò che esiste. Le nuove regole non chiedono al settore di cambiare mestiere, ma rendono più favorevole il terreno su cui già lavora, fornendo prodotti più durevoli, informazioni più trasparenti e una cultura del consumo più attenta. È una convergenza che vale la pena conoscere e raccontare.

L’ecodesign e il diritto alla riparazione spingono verso prodotti che durano e si riparano, e mettono al centro il valore di ciò che esiste già, invece di incentivarne la sostituzione continua. Per chi opera nel secondhand è insieme una conferma e un’opportunità. Seguire l’evoluzione di queste regole aiuta a coglierne in anticipo le ricadute sul settore e a farsi trovare pronti quando i requisiti specifici per il tessile entreranno in vigore.

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